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Perché Ultimo non è più una semplice promessa

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Ultimo, dal vivo, è uno spettacolo da non perdere. Quella che potrebbe benissimo essere la fine di questo articolo è, invece, l’inizio.

Ultimo (Niccolò Moriconi, ndr) è il vincitore delle nuove proposte sanremesi, per chi ancora non lo conoscesse; è un ragazzo, classe 1996, nato e cresciuto a Roma, a San Basilio, uno di quei quartieri dove niente è dovuto. Viene su con la passione per la musica, per il pianoforte, per il canto; e chi lo avrebbe mai detto, visto che, a guardarlo, ha tutte le caratteristiche che, almeno in Italia, affibbiamo ai rapper: il nome, i tatuaggi, la giovane età, perché non esiste che a vent’anni uno possa crescere con la passione per il cantautorato, non qui. Tocca precisare, però, che l’errore non è fatale, perché, Ultimo, un po’ rapper lo è: nei suoi pezzi si sente e la sua etichetta (Honiro, ndr) è tra le più produttive in questo genere. Fine della prefazione.

Ultimo ha, ad oggi, due album alle spalle: il primo, Pianeti, è quello che l’ha fatto notare, quello che ci ha fatto dire ma guarda un po’ questo, è davvero forte, Peter Pan è, invece, quello pubblicato subito dopo la vittoria di cui sopra. Dal primo, di 14 canzoni, potremmo tirar fuori qualcosa come 10 singoli, ma non è questo il dato più rilevante: in Pianeti, Niccolò sogna, viaggia con la fantasia;

 «In questo disco ci sono più cose che avrei voluto vivere che cose che ho vissuto ed il bello è proprio qui: la musica è amica della fantasia, ed io le porto sempre in tasca con me».

Quel che stupisce è la nitidezza con la quale questo avviene, Ultimo riesce, infatti, a rendere efficace qualcosa che non è sempre parte del suo vissuto – e sappiamo tutti quanto, per un artista, conti sentire e vivere determinate situazioni – dimostrandosi credibile sia come interprete che come autore.

Peter Pan, da poco certificato disco d’oro, è un album che punta a mettere in risalto le fragilità dell’uomo, un disco nel quale vediamo Ultimo spaziare di genere in genere, più strettamente legato al quotidiano rispetto al primo. C’è la ballad di stampo cantautoriale, il pop e quell’attitudine hip-hop di cui sopra.

Ma, e qui veniamo al nocciolo della questione, non è la vena artistica, o almeno non solo, che ci ha spinto a dedicare un approfondimento a questa promessa della musica italiana, bensì il suo rendimento dal vivo. Sappiamo tutti quanto certi artisti, anche i più affermati, tendano ad osare vocalmente in studio per poi trasformarsi nella brutta copia di loro stessi nel corso di un esibizione dal vivo; questo capita, soprattutto, tra le nuove leve che: incapaci di gestire il palco, non dotati di particolari capacità vocali, riducono il live ad una formalità che succede alla pubblicazione di un disco. Non Ultimo. Ho assistito personalmente alla seconda data all’Atlantico di Roma, la potenza vocale di questo ragazzo è stata tale da avermi dato, in un primo momento, l’impressione del playback. Dietro quell’esibizione non c’era, invece, nessuno stratagemma, solo tanto studio e la piena consapevolezza del traguardo raggiunto:

«Quello che mi ha aiutato molto è stato l’accettare, a prescindere dal risultato finale, che sarei pure potuto andare a finire sotto un ponte, ma io avrei fatto questo. Perché è meglio fare quello che ami, sperando che domani possa finalmente arrivare il giorno in cui ti realizzerai, che fare qualsiasi altra cosa, qualsiasi altro lavoro, senza crederci e senza sperare. Inseguite quello che volete, sempre».

Queste le sua parole nel corso del concerto. Parole che trasudano convinzione, la stessa che è riuscito a trasmettere nel corso dello show, senza mai dare la benché minima percezione che lui fosse lì per motivi estranei al talento. Un’impresa ardua, di questi tempi. Ed è per questo, per due ore di musica fatta bene, che Ultimo, dal vivo, è uno spettacolo da non perdere.

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