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Placebo, dieci brani (più uno) per prepararsi al ritorno in Italia

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I Placebo stanno per tornare in Italia ad un anno e mezzo di distanza dal loro monumentale concerto all’Arena di Verona. Dopo un avvio complicato, con il concerto d’apertura che si è concluso a pochi minuti dall’inizio, questo tour celebrativo dei vent’anni di carriera ha ingranato la marcia giusta ed è pronto a far emozionare un Mediolanum Forum di Assago ormai da tempo sold out. Siccome un concerto di Molko e soci – così come la loro musica – non è mai emotivamente semplice, sarebbe meglio prepararsi a dovere per non rischiare di crepare nel parterre per eccessiva empatia. Per darvi una mano, ecco una selezione di dieci brani (più uno) per ripassare gli highlights di un importante repertorio e per arrivare pronti al concerto del 15 novembre.

Teenage Angst

Tratto da “Placebo”, omonimo disco d’esordio del 1996, “Teenage Angst” è l’incarnazione del disagio e dalla frustrazione di quella e tante altre generazioni passate e future. “Since I was born I started to decay” è la cruda tagline di un crudo pezzo rock che descrive l’oblio depressivo nel quale sguazzano le tematiche del giovane e disilluso Brian Molko.

Without You I’m Nothing

“Without You I’m Nothing” è la title-track di quello che è mediamente riconosciuto come il miglior disco dei Placebo, ma è soprattuto uno dei pezzi più importanti del loro repertorio. Principalmene perché si tratta di un brano eccezionale, universale nelle sue tematiche, ma nondimeno perché ne esiste una versione in cui compare la voce di David Bowie. La band britannica, trovando il proprio posto all’interno del movimento neo-glam, deve molto all’inventore del glam rock. Tra i tanti featuring che avrebbero potuto fare, nessuno avrebbe mai potuto battere quello col Duca Bianco.

Every You Every Me

Una delle grandi hit del secondo album in studio del combo inglese. Di certo “Without You I’m Nothing” è il capitolo discografico più seminale per l’alternative rock di stampo romantico dispensato dai Placebo in vent’anni di carriera ed “Every You Every Me” ne è il suo fiore all’occhiello. Spietata, ma così efficace da indurre assuefazione. Parte del suo successo oltreoceano è dovuto alla sua presenza nella colonna sonora del film cult statunitense Cruel Intentions, diretto da Roger Kumble 1999.

Black-Eyed

“Black-Eyed” è il momento di maggior personalità di un disco – “The Black Market” – che deve moltissimo al suo fortunato predecessore. Staccandosi dal tentativo di replicare la magica formula di “Without You I’m Nothing”, il pezzo si collega meglio al primo album dei Placebo e anticipa alcuni dei suoni ricorrenti nei lavori futuri. Spingendo l’acceleratore sull’idea dell’outsider, del rinnegato che combina solo guai. Il verso “I’m forever black-eyed” è praticamente il “mai una gioia” dell’anno 2000, solo un po’ più serio. Maledettamente serio.

This Picture

Archiviato il mezzo passo falso, i Placebo tornano a scrivere la pagine dell’alternative inglese con il bellissimo album “Sleeping With Ghosts”. Per farlo senza cadere nell’autoreferenzialità introducono quella cosa amata e odiata con la quale quasi tutto il rock prima o poi finisce col fare i conti: l’elettronica. In “This Picture” diventa l’anima pulsante del pop più ispirato che Molko abbia mai prodotto. Il successo commerciale conferma l’ennesimo centro dei Placebo.

The Bitter End

“Sleeping With Ghosts” è un album amato dai fan perché ascoltarlo è come andare sulle montagne russe. Un sali-scendi tra pezzi cadenzati e pezzi irruenti. Nella seconda categoria rientra il super singolo “The Bitter End”: dark, spregiudicato e veloce come un pezzo punk. Un must dal vivo.

Twenty Years

Se fossimo a Sarabanda, questa dovrebbe essere una di quella da “la indovino con una”. Un intro così esce una volta in una carriera e il caso vuole che i Placebo l’abbiano tirato fuori come inedito del Best Of “Once More with Feeling: Singles 1996-2004”. Ovviamente, con un titolo del genere, questa canzone è anche l’assoluta protagonista della celebrazione dei vent’anni di carriera. Scommettete pure sulla presenza in setlist e godetevi le due live version contenute nel nuovissimo EP “Life’s What You Make It”.

Meds

Non si può dire che i Placebo non abbiano talento nel trovare riff clamorosi. Quello di “Meds” è una pianta rampicante e il ritornello cantanto da Alison Mosshart, la VV dei The Kills, è come la voce della follia che si insinua nella nostra psiche. Quarto singolo di un controverso disco pieno di difetti – l’omonimo “Meds” uscito nell’autunno del 2006 – questa canzone è la conferma dell’incredibile talento di Brian Molko nell’irrompere nella sfera personale dell’ascoltatore.

Song To Say Goodbye

Si può scavare a lungo in cerca di una canzone più crudele di “Song To Say Goodbye”, ma al netto del genere di appartenza è difficile trovare di meglio. “Tragico spreco di pelle” è uno degli insulti più formidabili a memoria di appassionato di musica. Ma tutto quell’odio Molko lo vomita addosso a se stesso e pare infatti che sia proprio lui (o una sua vecchia versione) “l’errore di Dio” di cui parla la canzone. Adornato di tinte dark che si rifanno ai The Cure e carico di un’intimità che collide con la sua portata, il brano conclusivo di “Meds” è uno dei migliori singoli rock mai scritti dai Placebo.

Too Many Friends

Ok, trovare tracce di “Battle For The Sun” (2009) o di “Loud Like Love” (2013) che possano competere con il resto della discografia e conquistarsi un posto in questa selecta si è rivelato davvero difficile. Ma ignorare l’ultimo decennio di una band che sta celebrando un ventennale sembrava brutto, perciò eccoci qua a chiudere (quasi) la playlist con “Too Many Friends”, il miglior singolo della recente produzione. Il pianoforte di Stefan Olsdal disegna una melodia geniale e malinconica che si piazza in un recondito meandro della memoria con l’intenzione di mettere radici.
Imperdibile il misterioso videoclip ufficiale con la voce narrante dello scrittore e sceneggiatore statunitense Bret Easton Ellis.

BONUS TRACK: Running Up That Hill

La scelta di inserirla come bonus track è dovuta solo ed esclusivamente al fatto che si tratta di una cover di un brano di Kate Bush. Ma di per sé, “Running Up That Hill”, nella tetra versione dei Placebo, ha poco o nulla da invidiare ai brani scelti fin qui. Pubblicata come bonus track di “Sleeping With Ghosts” nel 2003 e riproposta nella raccolta “Covers” del 2008, è un amato elemento fisso nelle scalette di quasi tutti gli ultimi tour. Ormai non si contano più gli show televisivi che hanno scelto di includerla nella colonna sonora. Il pattern del brano vive di vita propria e sincronizza il battito cardiaco di qualunque ascoltatore. Un’arcana ed irresistibile oscurità di cui è impossibile liberarsi.

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