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Best of 2017: le mie canzoni dell’anno

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Un altro anno se ne sta andando. E ci ritroviamo in quel periodo in cui, oltre a fare i classici buoni propositi per i dodici mesi successivi, si tirano le somme di quelli appena trascorsi. Musicalmente (e non solo) il 2017 è stata un’annata ricca, anche se segnata da lutti e tragedie. Ma è la vita, ragazzi, e la Musica ne fa parte integrante, costante. Per quanto mi riguarda, quest’anno ha visto un fiorire di canzoni davvero memorabili, tra ritorni e sorprese, e band che vorrei tanto prendessero piede anche nel nostro Bel paese ma so che è probabile tanto quanto una mia ipotetica vincita al Superenalotto. In ogni caso, questo è stato il mio 2017 in musica.

Five Finger Death Punch – Trouble
Personalmente, ho raggiunto un piccolo ma importante traguardo quest’anno: assistere a due concerti dei FFDP nell’arco di sei mesi. “Trouble” (contenuta nel recente greatest hits dei Nostri) è un gran pezzo, degno della fama della band di Las Vegas.

Toothgrinder – Adenium
Questi ragazzotti sono davvero in gamba. “Adenium” è la prova che macello e melodia possono convivere, inserendo elementi “pop” squisitamente orecchiabili all’interno del già catchy metalcore dei Toothgrinder. Avercene.

Marilyn Manson – SAY10
In un album che ha deluso molti, non mancano pezzi godibilissimi. Come “SAY10”, impossibile da togliersi dalla testa con il suo gioco di parole tanto scontato quanto efficace. Il Reverendo, nonostante gli anni sul groppone, ci sa ancora fare.

Foo Fighters – Run
Primo singolo estratto da “Concrete and Gold”, e la fregola per il nuovo lavoro di Grohl e soci era altissima. “Run” (insieme a “The Sky Is a Neighborhood “) rimane un piccolo capolavoro, il disco dei Foos un po’ meno. Ma ci consoleremo ascoltandoli live la prossima estate.

The Contortionist – Reimagined
Anche quando è uscita “Reimagined” l’hype era alle stelle. Ma a differenza degli illustri colleghi sopracitati, i Contortionist sono riusciti a mantenere le promesse accennate in questo primo, meraviglioso singolo estratto da “Clairvoyant”.

Stone Sour – Fabuless
La scelta di questo pezzo può essere riassunta al meglio dalla citazione della citazione “It’s only rock and roll but I like it”. Il brano più bello di un disco molto atteso, ma non proprio all’altezza delle aspettative.

Linkin Park – Good Goodbye
Sono passati quasi cinque mesi, ma fa ancora malissimo. Questo mi sembra il giusto tributo per Chester Bennington, una canzone che nel disastro di “One More Light” brilla se non altro per il messaggio e per i featuring.

Morrissey – Spent the Day In Bed
Moz non si discute, anche se è lui il primo a voler far discutere di se stesso. Ma trovatemi qualcuno che come lui è capace di raccontare in musica i malesseri della vita moderna con la stessa efficacia, e ve ne sarò eternamente grata.

Our Hollow, Our Home – Throne To the Wolves
Un debutto che mi ha letteralmente steso quello degli Our Hollow, Our Home. In “Hartsick” c’è tutto, ma proprio tutto: breakdown a caso, melodie zuccherosissime, elettronica a go-go. Insomma, mi sembra di aver già parlato abbastanza di loro per quest’anno.

Ulver – Southern Gothic
“The Assassination of Julius Caesar” è un disco che mi ha accompagnato per tutto il 2017. Dopo averli visti dal vivo in questa nuova veste un po’ Depeche Mode e un po’ Duran Duran, ma molto più secchiona, avranno il mio cuore per sempre.

Eidola – Dendrochronology
A proposito di “per sempre”, non posso non citare gli Eidola. Grazie a “To Speak, To Listen” e pezzi come “Dendrochronology”, sono la dimostrazione vivente che si può essere allo stesso tempo accessibili ed eclettici.

Zeta – Fires In the Snow
I side-project di Daniel Tompkins dei Tesseract sono noti per essere coraggiosi. Zeta esplora retrowave ed elettronica anni ’80, senza dimenticare il potere delle chitarre. Per questo è presente in questa playlist (e non perché Tompkins è la mia ossessione da due anni).

White Moth Black Butterfly – The Serpent
A proposito di Tompkins, side-project e ossessioni, non potevo non inserire nel mio best of  anche i WMBB, band nella quale il vocalist inglese sonda il suo lato più pop e ambient, intrecciando i suoi gorgheggi con quelli della dolcissima Jordan Turner.

U2 – American Soul
“You and I are rock ‘n’ roll”. Con un ritornello così, e con il contributo di Kendrick Lamar, “American Soul” è la gemma più splendente e immediata di quel puzzle di emozioni e chiaroscuri che è “Songs of Experience”.

Palisades – Let Down
Mi piace definire quel particolare alternative-electronicore come biebercore. Perché? Ascoltate i Palisades e lo capirete. E dopo cinque secondi canterete tutti con me “Cause you’re a let down, let down”.

Hundredth – Neurotic
Pur non rinnegando le loro radici, gli Hundredth si sono stancati di suonare hardcore. Anch’io non ho più vent’anni, e ne ho viste abbastanza dalla vita per avere un approccio più zen e per apprezzare pure lo shoegaze.

Papa Roach – Born For Greatness
Quanto dà la carica “Born For Greatness”? A me parecchio, e vi posso assicurare che è una bomba anche dal vivo. Felicissima di aver sentito (e visto) i Papa Roach in forma smagliante dopo tutto questo tempo dal loro exploit.

Frank Carter and the Rattlesnakes – Neon Rust
(Quasi) tutto quello che tocca Frank Carter diventa oro. Di certo il suo impegno con i Rattlesnakes sta pagando, e molto bene. “Modern Ruin” è tra i lavori alternative più acclamati dalla critica dell’anno corrente, e “Neon Rust” è ancora qui a dimostrarcelo.

The Bloody Beetroots – Irreversible (feat. Anders Friden)
Un gran disco “The Great Electronic Swindle”. Difficile scegliere solo un pezzo che mi porterei anche nel 2018, ma dopo attente riflessioni voto per “Irreversible”, perfetta commistione tra lo stile di Rifo e la zarraggine (mica  poi più tanto nascosta) del leader degli In Flames.

Endur – Death Angel
Che bello quando dal nulla è venuto fuori “American Parasite”, il primo lavoro solista del frontman dei Periphery, Spencer Sotelo. Qui il virtuoso della voce si diverte a fare il verso a Trent Reznor, guadagnandosi il soprannome di “Nine Inch Sotelo”.

Loathe – It’s Yours
Sono proprio incazzati i Loathe, per questo li adoro. Ma apprezzo anche la loro nonchalance nell’esplorare territori che vanno ben oltre il metalcore, come l’hardcore, il djent e il black metal.

Nothing More – Still In Love
Alzi la mano chi non ha ancora sentito parlare dei Nothing More e delle loro nomination ai Grammy. Da un disco con il quale faranno il meritatissimo salto di qualità scelgo una delle canzoni più intime, ma nella quale brilla la spaventosa estensione vocale di Jonny Hawkins.

Novelists – A Travers Le Miroir
I Contortionist hanno fatto proseliti. Tra i discepoli più attenti ed estrosi troviamo i Novelists, che riescono a rielaborare l’influenza dei maestri in modo personale, anche se, ovviamente, derivativo. Ma “A Travers Le Miroir” è puro piacere per le orecchie.

Oceans Ate Alaska – Hansha
Non a tutti piace il metalcore dalle mille sfaccettature degli Oceans Ate Alaska, ma “Hikari” è un lavoro che va ben oltre gli stilemi del genere, regalandoci dei pezzi (come “Hansha”) da ascoltare e riascoltare.

Trivium – The Sin and the Sentence
Maestosa, epica, completa: la title track è l’immagine speculare del nuovo lavoro dei Trivium, un album che non riscrive di certo le regole del metallo moderno, ma che si inserisce più che volentieri tra gli ascolti top dell’anno.

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