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Il tracollo di Scott Stapp e il grande inganno del Post-Grunge

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Meglio mettere le cose in chiaro da subito, per evitare fraintendimenti: il periodo del rock a cavallo tra la fine degli anni Novanta e la prima metà degli anni Zero è tra i più influenti e cari alla mia crescita musicale. Che fortuna, direte voi. Alcuni sono cresciuti con i Led Zeppelin, altri hanno vissuto i Nirvana, io sono arrivato appena dopo, quando la marea del Grunge si stava ritirando e lasciava dietro di sé manufatti poco chiari, pallidi ricordi di quello che è stato. Vivevano di una luce riflessa da un lontano sole che si era già spento, ma per un po’ ha continuato a riscaldare i propri figli. Si ergevano e sembravano davvero maestosi, invincibili, con tante cose da dire ma senza rendersi conto di vivere una farsa, un inganno di cui loro stessi sono rimasti vittima.

La faccia oscura di questa medaglia la stiamo vedendo quotidianamente con le vicende di un eroe decaduto, l’ex frontman dei Creed, Scott Stapp. Un artista che ai tempi era all’apice, riempiva i palazzetti, vendeva milioni di copie dei suoi album e con la sua voce raggiungeva ogni angolo del globo. Ora leggiamo che è in bancarotta, con crisi psicologiche e di droga, abbandonato da amici famiglia e fan. Il caso di Scott Stapp non è isolato e la riflessione che voglio portare avanti riguarda il destino comune che ha colpito molti dei gruppi che erano sul tetto del mondo musicale ed ora sono visti come degli usurpatori, dei privilegiati senza merito, dei cloni senza talento.
Certo, questo discorso non vale per tutti i protagonisti di allora, alcuni ce l’hanno fatta. Ma il movimento Post-Grunge ha nell’opinione comune dei nostri giorni una connotazione negativa.

Questi ragazzi avevano la stoffa o erano solo dei buoni riproduttori di una formula studiata a tavolino e rivelatasi vincente? Se guardiamo le classifiche di vendita possiamo considerarli senza dubbio cavalli di razza. Il secondo album dei Creed, il primo prodotto da una etichetta di livello (la Wind-Up, quella che di più ha guadagnato con i gruppi post-grunge) dal titolo “Human Clay”, ha raggiunto la prima posizione di Billboard nel 1999 vincendo 29 dischi di platino e vendendo più di 10 milioni di copie. Successo e gloria anche per altri grandi gruppi di allora: gli Staind, i fantastici Silverchair (descritti da un articolo che lessi in quegli anni con il meraviglioso termine di “Nirvana in pigiama”), i Candlebox, i Godsmack (nome preso in prestito dal titolo di una canzone degli Alice in Chains, per restare in tema), i Puddle of Mudd e decine di altri nomi che affollavano le classifiche di vendita rock e che con alcuni singoli addirittura si affacciavano alle classifiche pop.

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Il vero punto di riflessione è qui, in questa domanda universale: il valore dell’arte è direttamente proporzionale al successo commerciale? Per i più, soprattutto gli addetti ai lavori, il successo commerciale è visto quasi come un demone tentatore da cui fuggire, un inquinamento delle intenzioni che allontana dalla purezza e dalla sincerità dell’espressione e dei contenuti. Non mi piace ricordarlo, ma il personaggio più influente e famoso del periodo Grunge è stato talmente logorato da questa lotta tra bene e male da esserne schiacciato. Si chiamava Kurt, e tutti sappiamo come è andata a finire. Forse intravedeva il destino che sarebbe toccato a se stesso e alla musica in generale? D’altronde il solo conio del termine “Grunge” è già un’etichetta da applicare ad un prodotto da vendere.
Mi batto spesso in discorsi da bar, quando sento dire cose del tipo “senti che suono Grunge” o “che genere suoni? Grunge?”. Il termine non si riferisce ad un genere musicale come può essere blues o jazz o progressive. Non ha linee di demarcazione tecniche o strutturali. Bensì è un fenomeno, un movimento ben incasellato in un momento storico e se vogliamo anche un punto geografico. Qualsiasi uso che si fa del termine non riferito a quelle precise coordinate è anacronistico e scorretto. Non si può produrre musica Grunge al di fuori del Grunge, e compatibilmente con questo discorso non può esistere un genere musicale post-Grunge. Un movimento? Sì. Un fenomeno che racchiude un intento commerciale sfruttato ai massimi termini. Perché, allora, il Grunge lo si ricorda come un dono, mentre il post-Grunge come una fregatura? Se parliamo di influenze, non ne veniamo più fuori. Il Grunge stesso era un derivato e se vogliamo trovare musica priva di influenze dobbiamo risalire forse ai canti primordiali degli uomini agli albori della nostra evoluzione.
In un’intervista il frontman dei Soundgarden, Chris Cornell, afferma che il Grunge, quello vero, quello dei contenuti, del movimento originale delle prime band a Seattle e dell’etichetta Sub Pop che per prima li produsse, finì con la morte di Andrew Wood, il cantante dei Mother Love Bones (i cui componenti rimanenti diedero vita ai Pearl Jam). Se mai c’era stata un’anima del Grunge, morì lì, quando tutti i musicisti si accorsero del grave prezzo che, prima o poi, avrebbero dovuto pagare per questa esplosione di musica e di successo. Un anno prima del punto più alto, l’uscita di “Nevermind”, e almeno sei anni prima della sua fine.

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Ma sono andati avanti vendendo milioni di copie, vendendo riviste, vendendo vestiti e quant’altro, senza più un’anima. Se gli stessi protagonisti viaggiavano producendo, esibendosi live e vendendo, cosa dire dei loro cugini del post-Grunge? C’era tantissimo pubblico assetato da soddisfare e loro lo hanno fatto modernizzando un prodotto già impecchettato. Svanito l’effetto coda di stella cadente della cometa Grunge, oggi non è rimasto nulla se non le cifre. Hanno raccolto un astio che raggiunge a volte picchi quasi divertenti; basti pensare che esiste un’applicazione che ti mette al riparo da ogni elemento in rete che riguardi i Nickelback (band ancora oggi molto attiva e tra le più odiate dell’universo).

C’è qualcuno che ce l’ha fatta. Altri no.

Alcuni si sono limitati a sopravvivere. Molte band esistono ancora e producono musica mantenendo il loro seguito. A volte tentano di rinnovarsi, ma la mela non cade mai troppo lontano dall’albero per paura di perdere i fan di sempre. Discorso a parte si deve fare per la vera fenice della musica, quel Dave Grohl sopravvissuto alla morte del Grunge (vissuta in prima persona con il suicidio del suo cantante e la fine del gruppo più importante, i Nirvana) e scivolato oltre il calderone post-Grunge, nu-Metal, Crossover e quant’altro, proprio perché lui ha avuto un’anima e con il suo ricordo ha portato avanti la passione degli esordi, creando dalle ceneri della sua prima esperienza un’altra band, i Foo Fighters, ora tra le più prolifiche del rock mondiale.

Ce l’hanno fatta gli ex membri dei Creed, che hanno trovato un nuovo leader (Myles Kennedy, uno dei migliori frontman in circolazione) e con gli Alter Bridge hanno già sulle spalle una carriera decennale fatta di successi e credibilità live.

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Chi non ce l’ha fatta è Scott Stapp, protagonista di una messa a nudo mediatica delle sue debolezze e inadeguatezze. Lui è diventato il simbolo della mancanza d’anima di tutto il fenomeno da cui proviene, e come tale sta raccogliendo e ha raccolto negli anni tutta l’ostilità e la mancanza di riguardo dedicata ad un movimento intero, proprio perché lui è quello che non ha saputo rinnovarsi, è rimasto indietro. Non ha saputo sfruttare un buonissimo album reunion dei Creed intitolato “Full Circle” del 2009 (più un ritrovo che una reunion) e due dischi solisti. A prescindere dalle sue mancanze e difetti umani, è l’immagine di un rock che ha solo saputo vivere di riflesso, senza porre basi solide alla sua creatività. In una canzone del suo ultimo lavoro solista Scott Stapp canta “When you get too high, you crash”. Nella parola “high”del testo c’è il riferimento alla droga e quello più ampio al salire per poi cadere, una caduta che c’è stata ed è sotto gli occhi di tutti. Povero Scott, portare sulle spalle la nomea negativa di un genere, di un’intera generazione di musicisti.

Era materiale per gente che non si faceva domande? Possibile. Ma chi si fa domande a quell’età? Loro parlavano di rabbia, di incomprensione, di prigioni interiori e di incomunicabilità. La gridavano, alternandola a parentesi melodiche di una bellezza che non ho mai più riscontrato successivamente. Era un meccanismo standardizzato: riff pesante,  strofa leggera e ritornello urlato, tre singoli a disco e pezzo finale acustico e introspettivo. Chissenefrega. Faceva stare bene, faceva sentire parte di un mondo conoscibile ancora solo tramite le copertine dei dischi, delle riviste, e poco più, non era ancora inficiato e denudato dalla multi-pluralità di internet, del suo cinismo e del suo smascheramento compulsivo.
Ma c’è una formula per il riscatto, e risiede nel potere di un singolo termine, così come l’invenzione di una parola è stata per gran parte artefice del fenomeno degli anni ’90. La questione è ancora una volta semantica. La parola magica è : Alternative. Non sono io il primo a ricorrervi, alcuni gruppi sono ora spostati sotto questa etichetta. Alternative rock, Alternative metal: il termine è la scialuppa di salvataggio.

Perché forse Scott Stapp non può essere salvato, ma le emozioni sì.


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