Music Attitude

Il futuro di chi scrive di musica è il passato

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L’era dell’illusione quotidiana e delle vite finte costruite sui social network sta mostrandoci in modo abbastanza chiaro e inequivocabile le uniche possibilità rimaste per chi ancora si illude che parlare di musica possa essere un mestiere che permetta in qualche modo di vivere.

Qualche anno fa, precisamente quasi sei oramai, azzardavo una previsione che si è tragicamente avverata di recente: “La stragrande maggioranza ancora non se ne è accorta, ma l’editoria online musicale è praticamente morta (dopo i fasti dei primi duemila e qualcosina che girava fino a un annetto fa). Dovrà necessariamente evolversi sfruttando o il nome e le aziende che sostengono le testate online (quindi massimo 3 o 4 nomi grossi) per adattarsi affiancandosi al nuovo trend dello streaming“.

Oggi, nel 2019, i brand editoriali a tema musicale che ancora riescono a galleggiare in Italia sono effettivamente pochissimi. Non potendo fare nomi (anche perché da un paio d’anni coordino la parte editoriale di uno di questi), mi limito a constatare che la situazione paradossalmente potrebbe non mutare per almeno un altro ventennio.

Oltre a gufarmela pesantemente con questa affermazione (dopo tutto dovrei re-inventarmi gelataio ad andare bene a 59 anni suonati), provo a spiegare il perché di questo assunto: la spaccatura generazionale è oramai netta e irrecuperabile. Chi ha più di 30 anni continuerà inesorabilmente a cibarsi di amarcord e vecchie glorie in concerto, scommettendo di tanto in tanto su nuove sensazioni (Greta Van Fleet per esempio) e sperando che gli Iron Maiden reggano per ancora 10 anni o che Dave Grohl riesca in qualche modo a cantare Everlong a 70 anni.

Chi ne ha meno segue la musica ascoltando esclusivamente le playlist di Spotify, guardando le live su YouTube e postando miliardi di stories inutili su Instagram, da cui trae ogni informazione di cui ha bisogno (e soprattutto di cui in realtà non ha assolutamente bisogno, vista la totale fuffa del mondo di cui parlavo a inizio pezzo che IG stesso ha contribuito a creare, ma fa niente) grazie alle stesse stories dei propri artisti estemporanei di riferimento.

Chi è “attivo” editorialmente lo rimarrà a patto di capire che non c’entra niente con le nuove iniziative che si muovono solamente su YouTube e Instagram (a meno di poter investire centinaia di migliaia di Euro in un periodo molto ristretto) e che deve puntare sul proprio consolidato (ognuno ha il proprio core business*, semmai serve lavorare su come renderlo contemporaneo e futuribile) e sui “vecchi”. Mentre si svilupperanno sempre di più sia i magazine verticali e di genere, sia quelle che, senza una storia o un brand forte alle spalle, guardano con nostalgia al passato intercettando un pubblico molto ampio e con discreta disponibilità di denaro.
Mischiare questi mondi è impossibile e genera mostri, oltre a produrre pochissime letture o interazioni social, specie se un attimo prima si pretende di parlare di un concerto di Slash, un momento dopo della nuova scena indie italiana, un altro istante ancora si propone un tutorial sui soffocotti o su come funziona la Var in serie A. Soprattutto non è qualcosa che durerà o che per lo meno genererà introiti importanti che possano sostenere una realtà imprenditoriale.

In tutto questo chi ancora è interessato a leggere qualche notizia, un live report scritto da chi ha effettivamente competenze in materia, o retrospettive su album che hanno cambiato la storia della musica, nel 10% dei casi ha forse meno di 30 anni. La musica è irrimediabilmente cambiata. La musica e soprattutto la fruizione delle canzoni. Questo per dire che per quanto possiate comunque credere ai miracoli o che mille persone che seguono un concerto metalcore underground siano il segnale inequivocabile che qualcosa cambierà in futuro (che poi è “credere ai miracoli” detto in altro modo), da qui in poi sempre meno saranno interessati all’attualità e a quanto succede nel music business, ai meravigliosi format identici tra loro, alle videointerviste fotocopiate e via dicendo.

E allora che fare? Ma è ovvio, (oltre a capire e riattualizzare il core business* di cui sopra) aggrapparsi a quel genere che per tutti i Duemila è stato dato per morto migliaia di volte. Errori di valutazione che hanno addirittura portato cartacei storici a chiudere e imprese a fallire nel giro di pochi anni, senza rendersi conto che il pubblico appassionato di Rock classico è (e sarà ancora per almeno vent’anni appunto) il più fedele e conservatore di tutte le platee immaginabili.
Oggi gli unici account Instagram prettamente editoriali che parlano di musica sono quelli che trattano di hip hop, i canali YouTube che volano sono quelli che raccontano dello stesso genere (con dirette, reaction, cover, interviste a tema etc). Ecco quindi che ci si riscopre appassionati dell’amarcord e almanacchisti provetti, il pubblico generalista gode e commenta nostalgico mentre spende felice (e fa benissimo tra l’altro) 100 Euro per un biglietto per i Kiss o per i Metallica. Questo è uno dei pochissimi scenari percorribili da chi non si sia già posizionato almeno da un paio d’anni nel filone giovane / trap / hip hop e simili.

Nel 2013 avevamo lanciato Musicologia, il bignami della musica per capire gli ultimi 50 anni di note districandosi tra i generi. Come spesso è successo (web radio nel 2008 per auto commiserarsi ancora di più), il troppo anticipo sui tempi e l’incapacità a gestire con un minimo di testa quei due soldi che erano disponibili, non hanno mai fatto minimamente decollare determinate iniziative. Tuttavia adesso vedere questo possibile orizzonte non può altro che farmi piacere. Sia perché su queste cose siamo parecchio preparati e avanti rispetto a tutti gli altri. Sia perché, come ciarlavo in un altro pezzo di un paio d’anni fa, ogni volta che tutti pensano che il Rock sia davvero morto, puntualmente tornano a baciargli il culo e ad aggrapparcisi disperati: “Qualcosa che torna fuori ogni anno anche se si cerca di buttarla nel cestino più lontano possibile da casa. Qualcosa che bussa alla porta e, anche se continuate a non voler aprire, entra e spesso poi vi entra pure in quel posto“.

La differenza è che noi siamo Rockettari per davvero. Non per convenienza momentanea. Nemmeno per disperazione. Noi, se non altro, lo abbiamo sempre saputo che avremmo sempre potuto contare su questa musica.

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