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The Last Hero degli Alter Bridge è un grande album, ma ha un pessimo tempismo

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Sta per uscire “The Last Hero”, il quinto album in studio degli Alter Bridge. Partiamo con il dire che è il quinto grande disco e sarebbe ancora meglio, se non avesse un pessimo tempismo. Ma andiamo con ordine.
Con i ragazzoni americani ci si era salutati un paio di anni fa con domande del tipo “dopo Fortress adesso ci aspettiamo il vostro Black Album, lo sapete vero?” e con alcuni loro riferimenti entusiasti all’idea di essere headliner della stagione estiva 2017. La bomba che chiuse i giochi fu la notizia che molto probabilmente avrebbero fatto un balzo in avanti nel cartellone del Download Festival. Il Download Festival, non la sagra della ‘Nduja di Spilinga. Avrebbe voluto dire arrivare nel posto in cui gli Alter Bridge meritano di stare, a rappresentare l’hard & heavy contemporaneo meglio di qualunque altra formazione al mondo.

>>> Leggi lo speciale sulla discografia degli Alter Bridge

Eppure tra la fine del ciclo inaugurato dalla pubblicazione di “Fortress” e l’inizio di quello nuovo, inizialmente battezzato come “ABV” e ridefinito “The Last Hero”, qualcosa per un attimo sembra spezzarsi. Intanto neanche più una voce a supporto del nuovo ruolo da headliner nelle lineup festivaliere e poi un cambio d’etichetta per molti versi di difficile comprensione. Da Roadrunner, che dopo anni di etichette poco avvezze ad un’adeguata promozione sembrava essere la casa giusta per i Nostri, si passa a Caroline Records per USA e Canada e Napalm Records per il resto del mondo. Inutile dire che per una band della qualità degli Alter Bridge l’etichetta non è mai stata davvero vincolante: nessuno di loro ha bisogno di scendere a compromessi, né tanto meno è alla ricerca di scorciatoie. Ma è evidente che il rapporto con la propria label è qualcosa che influisce a livello molecolare sul percorso di un gruppo rock. La Wind-Up era chiaramente inadeguata e ha portato solo a dissapori, la Universal non è stata in grado di offrire alla band ciò di cui aveva bisogno, ma la Roadrunner sembrava quella giusta. Eppure no: Napalm Records, un’etichetta austriaca che può vantare un rooster prevalentemente heavy metal che va a pescare a piene mani dalla scena underground. Insomma, non sembra proprio la scelta migliore per una band che vuole essere headliner del Download Festival. E per il mercato canadese e statunitense invece si punta su Caroline Records, un sotto gruppo della Universal che di base pubblica musica indipendente.
Però va bene, avranno avuto le loro ragioni, mettiamo da parte questo capitolo e accettiamolo così com’è.

Veniamo all’attività live. Anche qui, come per il discorso precedente, sembra che invece di fare il definitivo passo avanti verso il dominio della scena, gli Alter Bridge abbiano optato per un meno impegnativo downgrade.
Nel 2016 Myles Kennedy e soci tornano ad esibirsi dal vivo, al fianco di Disturbed e Breaking Benjamin. Oh sì, proprio così. I Disturbed che sì, di fatto negli States sono colossali, e i Breaking Benjamin che ormai davamo tutti per spacciati, prima di scoprire quanto possa essere resiliente il buon vecchio Ben Burnley. Ecco, ora serve una precisazione: queste due band non hanno tenuto gli opening act degli Alter Bridge, bensì il contrario. Quindi, ricapitolando: in Europa gli AB puntano ad essere headliner delle manifestazioni top di gamma in ambito metal, riempiono i palazzetti nei tour autunnali, mentre in Italia, ad esempio, i Disturbed non fanno neanche una data in un club e si limitano ad aprire la prossima tappa degli Avenged Sevenfold, e i Breaking Benjamin sono al massimo arrivati ad esibirsi nell’estate 2016 (per la prima volta in carriera) riempiendo il palco B dell’Alcatraz. Eppure in patria – e sottolineo: IN PATRIA – gli Alter Bridge ritornano, dopo il loro capolavoro “Fortress”, come spalla di un tour da coheadliner. Insieme ai Saint Asonia, che con tutto il rispetto per la bella band messa su da Adam Gontier dopo l’addio ai Three Days Grace, si tratta pur sempre di un modesto supergruppo al suo esordio. Ma gli Alter Bridge nel 2013/2014 erano protagonisti di un tour mondiale con Halestorm e Shinedown ad aprire. Gli Alter Bridge nascono dalle ceneri dei Creed, che al netto di facili battute dei duri e puri, in soli 3 album hanno cambiato per sempre il rock americano e non solo, restando vittime del movimento post-grunge e della sua annunciata deriva. Gli Alter Bridge hanno alle spalle 4 dischi che sono 4 perle. Gli Alter Bridge sono l’unica band di cui ho memoria ad aver basato la propria fortuna esordiente sulle ballatone ed essere arrivata ad un passo dal tetto del mondo con il progressive e con pezzi di una complessità pazzesca. Gli Alter Bridge hanno uno dei chitarristi più talentuosi e influenti degli ultimi due decenni, e una delle migliori voci che il rock moderno abbia avuto la fortuna di partorire. Una voce che un dio del rock come Slash ha voluto portarsi a casa senza lasciare diritto di riscatto.

Ed eccoci all’altro ordigno nel campo minato che circonda il gruppo statunitense: Slash. Vi pare normale che un artista come Myles Kennedy – laddove i suoi colleghi si prendono pause per recuperare le forze, riordinare le idee, sopravvivere – si cimenti in studio e dal vivo con un progetto ancora più grande e imponente del suo progetto principale? Essere il frontman della nuova band di Slash non è proprio una cosa da fare nel tempo libero, su questo immagino che siamo tutti d’accordo. Per fortuna (scherzo) poi di quella chiacchierata reunion parziale dei Led Zeppelin non se ne fece nulla, perché nel 2008 Myles fu pure frontrunner per diventare la voce dell Band, con la B maiuscola e in grassetto. Aggiungiamoci infine questo suo simpatico desiderio di far uscire un disco solista, che per ovvi motivi trova il suo spazio solo la sera prima di addormentarsi, ed il quadro è completo e pare essere un Picasso.
Quel disco solista oltretutto, a detta del suo creatore, pare essere pronto e finito da qualche annetto, eppure ancora non riesce a vedere la luce. Ma Myles avrebbe dovuto imparare dal suo amico e collega Mark. Il buon Tremonti, per gli amici Tremonster, che il suo primo disco solista l’ha fatto uscire nel 2013 ma l’ha scritto all’età di 13 anni, perché giocare a pallone può anche essere noioso. In tutti quegli anni prima o poi un buco per farlo uscire lo si trova.

Ok, allora parliamo anche di Mark già che ci siamo. Mark che in questi anni di Alter Bridge è stato anche impegnato con la sofferta reunion dei Creed e con il seguente tracollo di Scott Stapp, che se non altro a livello emotivo deve essere stato parecchio impegnativo. In più ha deciso di trasformare il Tremonti Project, un sorprendente progetto solista, in una band. E come se non bastasse, tra “Fortress” e “The Last Hero”, in quella che per altri artisti è una breve pausa tra un album e un altro, i Tremonti di full-length ne hanno fatti uscire ben due: “Cauterize” e “Dust”, con annesso tour mondiale allungato con talmente tante date da far quasi invidia ai 30 Seconds to Mars (che, per la cronaca, detengono il Guinness World Record per il tour con più date della storia).
Vedete quello che vedo io? Gli Alter Bridge sono così diventati un impegno tra i tanti, all’interno delle frenetiche vite di due autentici simboli del rock moderno. Bisogna dirsi “è il momento di riprendere il mano il discorso, è il momento di un nuovo album”. Ma, prima, bisogna sempre riuscire ad incastrare tutto.

Questa papirica premessa però non basta a centrare il punto: si può anche avere in mano il più grande potenziale della terra, ma non si entra nella storia facendo la band part-time. Si può anche avere per le mani tutto l’occorrente per costruire la fortezza del rock, ma che senso ha se poi da quella fortezza ogni volta si esce dicendo “cara, vado a comprare le sigarette” e si ritorna dopo anni di avventure in giro per il mondo?
Forse per Myles, Mark, Brian e Scott in realtà quest’ansia di portare gli Alter Bridge nel firmamento non c’è mai davvero stata. Forse queste paranoie restano nella testa di un fan che negli anni si è riempito la bocca di frasi del tipo “come gli Alter Bridge nessuno mai”.
Ma visto che il mio preambolo sta durando più dell’ultimo disco di Slash, forse è il momento di parlare di “The Last Hero”, il quinto capitolo discografico degli Alter Bridge. Il disco avrebbe dovuto acquietare ogni preoccupazione, e anche se è una bomba e con ogni probabilità piacerà molto e continuerà a far parlare di questo gruppo come di un gruppo clamoroso, io tra le sue tracce ho trovato diverse giustificazioni al mio dispiacere.

Il primo singolo è “Show Me A Leader”. In qualche modo si conferma il modus operandi di “ABIII” e “Fortress”, e “Show Me A Leader” sembra fare eco a “Isolation” e “Addicted To Pain”. Si cerca l’efficacia, anche – perché no – quella radiofonica, di settore. In realtà l’intro di questo singolo è qualcosa di meraviglioso, un po’ sprecato per un pezzo che ha l’obiettivo di funzionare, di prendere la mira, puntare e sparare. Ad onore del vero, ascoltando poi l’LP come un lavoro unico, organico, ci si rende conto di come “Show Me A Leader” sia un’opener perfetta. Ed il singolo di lancio è forse l’unico pareggio nel paragone con il predecessore.
Perché poi si pensa alla ballata che dovrebbe agganciare ogni buon orecchio teso all’easy listening e nonostante “You Will Be Remembered” sia un grande brano, non regge il confronto con una “All Ends Well” che aveva invece persino tenuto botta al cospetto dei migliori pezzi melodici del debutto “One Day Remains”.
Ci sarebbe anche uno strano episodio da citare, quello dell’annuncio di un brano speciale, intitolato “Breathe” e in arrivo per chi ordina il disco. Si tratta di un pezzo del 2004, scritto per il disco d’esordio e poi scartato, ma è un boomerang inspiegabile, perché dal minuto di preview comparso sul canale della band sembra si tratti di una delle migliori ballate che abbiano mai scritto. Che senso ha avuto questa operazione?

Ma andiamo avanti con il monologo. Il fatto che per un breve periodo ci si riferisse a questo capitolo discografico come “ABV” è stato involontariamente premonitore di una tendenza non troppo entusiasmante. È come se “The Last Hero” riprendesse un discorso interrotto dopo “ABIII”. Il vero problema di questo album è infatti il suo essere arrivato dopo “Fortress”. Se invertissimo gli ultimi due dischi, infatti, otterremmo un percorso molto più naturale. “The Last Hero” mantiene l’impronta di “ABIII”, tanto che in molti brani si soccombe ad un senso di continuità del tutto anacronistico (“Twilight” in questo senso è quasi irritante).

L’ultima nota dolente rischia di essere “Cradle to the Grave”, che mentre sulla carta è uno dei pezzi più belli dal punto di vista delle linee melodiche, ha il piccolo difetto di essere un mezzo plagio di “Incomplete” dei Backstreet Boys. Prima di ridere e/o decedere, vi consiglio di ascoltare la strofa del pezzo degli AB e di passare subito al brano della boyband: resterete esterrefatti. Per fortuna poi “Cradle to the Grave” si evolve e lo fa con una classe incredibile, regalando uno degli assoli migliori dell’intero platter.

E qui abbiamo chiuso con gli aloni, quello che resta è il solito livello mostruoso per una band del ventunesimo secolo. Il meglio arriva quando gli Alter Bridge tornano ad essere epici come nessun’altra band riesce a essere. In particolare ci sono “Island of Fools” e “The Last Hero”, che raggiungono un livello da vertigine. La seconda soprattutto va a creare un trittico di title-track che fa paura: “Blackbird”, “Fortress”, “The Last Hero”. Tre brani che condensano tutte le migliori doti degli Alter Bridge.

Nell’impasto ovviamente non mancano influenze di Slash, dei Tremonti (soprattutto in alcuni riffazzi tanto cari a Mark) e – perché no – alcune influenze Arena Rock che fanno intravedere cosa potrebbero fare se solo volessero il successo a tutti i costi. Fortunatamente, non si corre questo rischio.

La mia teoria, secondo cui “The Last Hero” sarebbe stato perfetto se uscito prima di “Fortress” trova conferma nel fatto che molti brani riprendono il discorso progressive accennato in “Blackbird” (soprattutto nell’irraggiungibile title-track) ed esploso dopo il capitolo “ABIII”, con l’arrivo del quarto complesso disco. Però più che riprendere il discorso, sembrano anticiparlo. In qualche modo “The Last Hero” è il perfetto punto di congiunzione tra il terzo e il quarto lavoro in studio, ma arrivando dopo “Fortress” sembra un piccolo passo indietro rispetto ad un’evoluzione che aveva sbalordito tutti. E sarebbe stato anche giustificato se i pezzi avessero dato una pista ai loro naturali termini di paragone, se si fossero raggiunti nuovi picchi, ma purtroppo non è quasi mai così.
Resta il fatto che “The Last Hero” è il quinto grande lavoro di una band che se solo fosse l’unico pensiero fisso dei propri membri, oggi sarebbe molto probabilmente tra le più importanti del mondo.

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