Con la morte di Keith Flint dei The Prodigy perdiamo un’icona degli Anni Novanta

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Se ne sono lette di tutti i colori sulla morte di Keith Flint, membro dei Prodigy che si è suicidato nel weekend e la cui notizia è stata ufficializzata a mezzo stampa solo stamani. “Morto lui morti i Prodigy”, “La fine degli anni Novanta”, “Ci ha lasciati un genio della musica”.

Sia chiaro, la notizia ha scosso anche me, fan dal 1997 (anno di uscita del seminale “The Fat Of The Land”, lo ascoltai in terza media grazie al fratello maggiore del vicino di casa) che negli anni ha avuto la fortuna di vederli dal vivo almeno tre volte. Non posso rimanere impassibile di fronte alla notizia che chiude un importante capitolo per un gruppo che, posso dirlo tranquillamente, ha segnato la mia adolescenza e la mia vita. Ma ho la razionalità per affermare che non è morta la band, ma quel personaggio iconico che ha contribuito a farla diventare una delle più chiacchierate ed amate in maniera trasversale degli ultimi trent’anni, unica scheggia impazzita del Regno Unito in piena era britpop e, soprattutto, coloro che hanno reso mainstream la cultura rave UK.

La scomparsa di Flint non è quella del genio della band (ad ora Liam Howlett risulta vivo e vegeto), ma di un eccellente comprimario che negli anni è riuscito a ritagliarsi un ruolo importante nella band, diventandone di fatto il vocalist ufficiale. In molti, spesso fan casuali che conoscono solo “The Fat Of The Land”, lo stanno esaltando praticamente per il ruolo in “Firestarter”, forse il loro brano più conosciuto, e per la sua figura da copertina, ma in molti si dimenticano che il suo compito prima di quel singolo era quello di ballerino della band insieme a Leeroy Thornhill (sì, i The Prodigy sono stati in quattro per un periodo). Può suonare ridicolo dirlo oggi, ma prima di “Firestarter” era un Mauro Repetto e poco più.

Ma è in questo percorso di crescita all’interno dei The Prodigy che si svela la grandezza di Keith Flint: negli anni è diventato la furia animale e frontrunner di uno dei combo più esplosivi che si sia mai visto sulla faccia della musica, uno degli ultimi grandi gruppi punk della nostra epoca insieme ai Refused e ai Gallows con Frank Carter. Ha provato a correre da solo, forse spinto da qualche fantomatico manager discografico, ma al contrario di un Liam Howlett (“Always Outnumbered, Never Outgunned” è e rimane uno dei capitoli più clamorosi dei The Prodigy), in poco tempo ha preso sonore bastonate. Sono passati più di dieci anni, ma chi lo vide dal vivo con i Flint ad un Heineken Jammin Festival di inizio millennio a Imola si ricorda di uno show al di sotto delle aspettative. Una lezione che gli è servita per tornare “a casa” e contribuire a tre dischi clamorosi (“Invaders Must Die”, “The Day Is My Enemy” e “No Tourists”) con un ruolo sempre più preponderante come vocalist. Se quel temporaneo abbandono fosse diventata una dipartita definitiva, tracce come “Omen”, “Take Me To The Hospital” e “Nasty” sarebbero state buone canzoni e poco più e, soprattutto, quelli che ora la storia ricorderà come gli ultimi suoi lavori non sarebbero stati comparabili con l’iconico “The Fat Of The Land”.

Quindi, oggi, 4 marzo 2019, rendiamo omaggio ad uno dei personaggi simbolo del pop contemporaneo. Non sarà un autentico genio come dipinto da molti, ma avercene di mestieranti dello spessore di Keith Flint. Persone dalla carica strabordante, carismatiche ed impresse nella memoria di molti come lui, in tutta sincerità, non ne esistono più.

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