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Wolfmother, il racconto del concerto di Torino del 5 luglio 2019

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Era il lontano 2006 – anno più, anno meno – ed ero un’adolescente annoiata che faceva zapping durante una serata qualunque. Nel 2006 MTV esisteva ancora, esisteva davvero, nel senso che trasmetteva musica in rotazione continua e, oltre al canale principale, si beava dell’esistenza di un tot di canali satellite che orbitavano attorno all’emittente madre esplorando generi, nicchie musicali e artisti lontani dal mainstream (chi si ricorda di Brand:New?). Fu lo zapping annoiato (e fortunato) che ebbe il tempismo di farmi capitare su uno di quei canali al momento giusto, proprio mentre veniva trasmesso il videoclip di “Woman”. Un’intro al cardiopalma fatta di chitarroni distorti e ruggenti, gli acuti di Andrew Stockdale e una scarica di adrenalina di appena 3 minuti diventarono la colonna sonora del momento in cui mi innamorai dei Wolfmother.

Con l’omonimo disco d’esordio, i Wolfmother portarono il loro hard rock venato di stoner dal deserto australiano alle orecchie di un pubblico più ampio rispetto alle cerchie di amanti dei Kyuss e dei Black Sabbath, raggiungendo col tempo un’accezione più mainstream grazie a comparsate in colonne sonore (vedi “Vagabond” in “500 giorni insieme”) e in videogames (quanto era bello sgasare in “Need for Speed” con il sottofondo di “Joker and the Thief”).

13 anni dopo l’uscita del loro primo, fortunato disco e dopo stravolgimenti vari ed eventuali della lineup che vedono Andrew Stockdale e la sua chioma ribelle unici superstiti della formazione originale, i Wolfmother continuano a calcare i palchi internazionali e il 5 luglio approdano al GruVillage 105 Music Festival, sorpresa insolita nella programmazione della kermesse estiva piemontese. Non c’è da stupirsi quindi che sul materiale fotografico relativo alla data della band australiana alla fine campeggi solo lo scatto di Stockdale, matador in camicia leopardata, gilet di jeans e pantaloni attilatissimi capace, con una sola chitarra, di rimescolare le budella a tutto il parterre. Gli sconvolgimenti della formazione vedono infine quattro elementi sul palco: chitarra, basso, batteria e tastiera nella più classica delle ricette hard rock.

Le distorsioni fuzz creano un impasto sonoro che seppellisce il pubblico sottopalco, sono in 4 ma suonano come se fossero il doppio con la Gibson di Stockdale a fare da apripista rabbioso. La setlist dei Wolfmother accontenta noi fan nostalgici regalandoci quei pezzoni di “Wolfmother” che ci hanno fatto perdere la voce oltre dieci anni fa, cantando fortissimo chiusi in cameretta (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale): “White Unicorn”, “Colossal”, “Dimension”, “Vagabond” ci fanno scatenare in un headbanging selvaggio e scendere una lacrimuccia allo stesso tempo. “Victorius”, “Mind’s Eye”, “Gipsy Caravan”, “New Moon Rising” tengono testa con altrettanta energia.

I cambi di tempo drammatici, i riverberi pastosi e la voce di Stockdale che vola verso ottave altissime ci riconsegnano il marchio di fabbrica della band australiana, quello che ce li ha fatti amare dal primo momento e che ci catapulta direttamente negli anni Settanta. In un momento storico in cui le chitarre tremano temendo il graduale soppiantamento, il quartetto australiano riesce a mantenere un glorioso anacronismo rivivendo continuamente quel passato nostalgico in cui la chitarra è regina indiscussa del panorama musicale e, dal palco del GruVillage 105 Music Festival, riescono a trasmettere il proprio credo agli adepti che si agitano al loro cospetto. Scarno ma efficace: il live dei Wolfmother non prevede spazi per discese in mezzo al pubblico o acrobazie folli sulla struttura del palco e altre follie che la personalità di Stockdale potrebbe succerire vedendolo dall’esterno. I 4 dell’Apocalisse Stoner tengono il palco con dignitosa eleganza, i decibel sono i veri protagonisti della performance.

La scaletta non può che chiudersi con lei: gli ultimi accordi di “Jocker and the Thief” spazzano via definitivamente il parterre e Stockdale e soci lasciano il palco dopo averci regalato un nostalgico tuffo nel passato. Ancora una volta le chitarre sono tornate a ristabilire l’ordine.

Alessia Giazzi – Foto di Omar Lanzetti

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