Music Attitude

Ossigeno, la recensione della terza puntata

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Siamo ormai a nostro agio nel salotto di Ossigeno su Rai 3, il programma di Manuel Agnelli sulla musica. Ma non solo. Benché l’ego stratosferico del frontman italiano non ci consenta di sentirci appieno come se fossimo a casa nostra, il tono colloquiale e contenuto è, per l’appunto, una boccata di ossigeno in un’era di urla e spintoni verbali.

Agnelli lo mette in chiaro subito e lo ribadisce nel sunto finale con i cartelli riassuntivi, la riflessione di questa sera riguarda l’importanza della parola e del suo uso. La parola unisce il pensiero alla sua espressione e alla sua realizzazione in tutte le arti. Così Ossigeno questa sera tocca con leggerezza ma colta consapevolezza l’arte della parola scritta in poesia con “Urlo” di Allen Ginsberg nel tratto riservato all’inveire contro i Moloch, figure ideali che racchiudono tutta l’accezione negativa della falsità della società capitalistica che uccide la libertà di pensiero e l’arte.

Il critico d’arte Claudio Strinati ci parla di mecenatismo, di linfa vitale necessaria allo sviluppo della pittura come della musica rock, definendo Caravaggio una rockstar, e gli artisti in generale che citando gli Afterhours ad un estasiato Agnelli definisce come quelli che reagiscono con una laurea alla sconfitta del diploma della vita.

Tanta musica ovviamente con il gruppo del presentatore che propongono la nuova “Non voglio ritrovare il tuo Nnome” e in chiusura la bellissima “Quello che non c’è” dall’omonimo album. Musica internazionale affidata agli Editors freschi di nuovo album da presentare con “Violence” e una versione acustica del loro classico “Smokers Outside The Hospital Doors”.

Per la musica nostrana invece Agnelli propone il fenomeno Maneskin. Dopo l’esibizione, a dir la verità convincente, del loro brano cavallo di battaglia “Chosen”, assistiamo ad un deprimente gap generazionale tra i ragazzi raccolti intorno ad un attonito e spaesato Agnelli che li interroga sui loro ruoli all’interno della band. Con una battuta (‘la vostra è una band democratica o funziona come nella mia?’) apre il dibattito, ricevendo solo silenzi o risposte sconfortanti come “Lei si occupa di rispondere ai messaggi al telefono” (riferito alla bassista Victoria De Angelis) mentre il frontman Damiano David non ricorda le date del loro tour giustificandosi con qualcosa tipo “aò sono 51, sono tante”. Tanta è la strada che hanno da fare per diventare una band, strada che altre band come quella di Agnelli hanno fatto molto tempo prima di accedere alla ribalta, mentre per i Maneskin e per tutti gli artisti usciti dai talent la strada si snoda al contrario. E non sempre funziona anzi, quasi mai.

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