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Ossigeno, la bellezza che non ti aspetti

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Si dice ‘mi manca l’ossigeno’ quando senti di essere in una situazione insostenibile di mal sopportazione, chiusura, privazione di qualcosa che al momento consideri vitale. Il nuovo programma di Manuel Agnelli su Rai Tre ‘Ossigeno’ parla di musica ed è proprio l’elemento vitale che si propone di portare a chi sta boccheggiando in una crisi di panico da privazione. Non è la musica di per sé che manca nel contesto dello spettacolo italiano, ma di certo manca un certo tipo di proposta e di tono e in questo Ossigeno è opportuno e direi quasi miracoloso. Dopo le prime due puntate il giudizio è positivo e il programma se pur con qualche difetto si pianta in maniera saldissima a baluardo di un sistema commerciale che spettacolarizza la musica portandola alla grande massa in maniera superficiale, fracassona e livellata in maniera confortante per chi non ha nessuna intenzione di puntare , sacrificare e spendere niente.

L’arte può essere definita come qualcosa che ti dà in ritorno più di quello che tu le offri. Ma qualcosa devi offrire, sacrificare. Devi fare uno sforzo e scommettere alla cieca con il rischio di una cicatrice, una delusione. Chi ama la musica è da considerare come un soldato che ha affrontato mille battaglie tra vittorie sonanti e sconfitte deprimenti e questo lo ha cambiato e lo ha incattivito nei confronti dei pavidi accidiosi musicali. Il palinsesto italiano è pieno di musica donata a chi non ha intenzione di offrire nulla diventando non più arte ma un panino del McDonald’s, un chewingum usa e getta che così come arriva scompare senza lasciare nulla. Meccanismo dentro il quale lo stesso conduttore di Ossigeno Manuel Agnelli è inserito e sta prosperando, in un contraddittorio che affronteremo più tardi.

Per ora guardiamo a Ossigeno, e respiriamolo. Si dice che respirare più ossigeno di quanto sia necessario porti ad euforia ed è proprio quello che ho provato guardando ieri la seconda puntata. Euforia e una sensazione di trionfo, di baluardo contro la massa e contro il pressapochismo deturpante di un mondo che amo da gran parte della mia vita. Ed è proprio questo l’oppio che Ossigeno offre al suo popolo, l’impressione di essere un manipolo selezionato ed elitario alla stregua di una massa inferocita che popola le schiere degli ascoltatori occasionali, dei masticatori di talent a cui interessa più il pianto alla nota, la litigata sbraitante all’assolo strumentale. Orario e tono e perfino le facce del pubblico silente in studio suggeriscono senza pericolo di fraintendimenti il target over 35 alla quale è rivolto. Qui sta forse l’unico difetto riscontrato nel programma.

Il problema è che il confine con l’arrogante saccenza è davvero troppo fine. Il faccione di Manuel che ti guarda e sciorina informazioni didascaliche mette a volte a disagio, un disagio che ha la punta massima con il delirante monologo di Bonolis in maschera di Batman che è un auto-elogio al proprio ego fine a se stesso, una mitragliata spiacevole di nomi e vicende mascherate tanto quanto la sua faccia, che nulla offrono di empatico e colloquiale. Un conto è offrire alle bocche affamate banalità a largo e facile consumo come ‘segui i tuoi sogni’ o ‘non mollare mai’, un altro è fare una lezione di storia e costumi dall’alto di un piedistallo (che Agnelli a scanso di ogni equivoco, si è meritato largamente), nozioni di cui molti non sanno nulla e che sono una implicita accusa di ignoranza.

Ma ribadisco, la scrematura musico-culturale è un difetto commerciale ma un assoluto pregio qualitativo. Perché la musica sale in pompa magna e ragazzi, altro che euforia da ossigeno. Si inizia con un tributo alle radici nostrane in contrapposizione a quelle inglesi/americane di Agnelli affidate a Domenico Modugno e la sua ‘Dio, Come Ti Amo’ cantata con chitarra acustica e se non è questo un canto d’amore alla musica, può esserlo di più solo l’ospitata di Ben Harper e del mito vivente del blues Charlie Musselwhite. Iniziano con una canzone bellissima che sarà presente nel disco di prossima uscita del duo “No Mercy In This Land” intitolata “Trust You To Dig My Grave” che già proposta durante il suo tour solista (con madre al seguito) di qualche anno fa Ben definisce come una canzone d’amore perché dice, tra le risate del pubblico, cosa può esserci di più romantico da dire una persona come di credere talmente in lei da affidargli la scavatura della nostra fossa eterna?

Concordi o no con il concetto di romanticismo di Ben Harper entriamo in punta di piedi in un altro momento eccezionale, dove Ben e Musselwhite si siedono al cospetto di Agnelli per una chiacchierata sulla musica, con un Ben davvero affabile, che ti guarda fisso negli occhi e come pochi altri al mondo riesce ad immetterti quintali di amore per la musica, mentre l’arzillo vecchietto estasia i presenti con aneddoti di quasi diretta esperienza su John Lee Hooker. Agnelli è entusiasmato come uno scolaretto al cospetto con il suo supereroe preferito, e noi con lui. La cultura ieri sera non riguardava solo la musica americana ma con la chiacchierata al bancone del bar, molto hard boiled con Emidio Clementi scopriamo la storia dei Massimo Volume e di una Bologna di un’epoca passata fatta di gioventù contro, perennemente presidiata dalle forze dell’ordine ma mai scalfita, mai toccata e corrotta, indomita. Dopo una estremamente fine e a dir la verità sonnecchiosa esibizione dei Le Luci Della Centrale Elettrica arriva detonante l’apoteosi dell’esibizione di Ben Harper e Musselwhite con gli Afterhours di un vecchio blues intitolato “When The Leeves Breaks” già portato alla magnificenza dai Led Zeppelin. Come lo stesso Ben ha detto ad un gongolante Agnelli, questa è stata per lui una piacevole divagazione al tour che lo porterà ad Aprile anche qui in Italia. Questa centralità didascalica unita alla sperimentazione e alla colloquialità aperta a (quasi) tutti è una cosa che in Italia mancava dai tempi di Red Ronnie e del suo Roxy Music. In questo abisso blu scuro senza ossigeno della musica italiana il programma di Agnelli è una luce fatua che rischiara il sentiero sotterraneo del nostro amore per la musica.

Ora parliamo di Manuel. Ci dice che X Factor è stato un effetto collaterale necessario nella strada per il raggiungimento di questo obbiettivo di qualità e libertà espressiva e al dato dei fatti la cosa è andata esattamente così. E’ normale storcere il naso perché la contraddizione in termini è evitabile come un treno in corsa dentro una galleria. C’è. Ma cosa è la vita se non un insieme di contraddizioni che ci colpiscono da tutte le direzioni, che ci affanniamo a cercare di pilotare tutte verso un’unica strada maestra se e quando avremo la fortuna di trovarne e riconoscerne una? Appurata la magnifica riuscita di Ossigeno, le simpatie ad Agnelli devono arrivare da chiunque suoni una cover famosa ai suoi concerti per poter offrire il suo materiale inedito ma anche chi si sforza di produrre il miglior sorriso di circostanza possibile al capo che segretamente odia, a chi ingoia un giudizio per il bene comune, chiunque ci metta la faccia nella battaglia quotidiana che è la vita. Se poi anche l’abbassarsi porta successo e ritorno economico non deve creare astio e antipatie. Su una ideale bilancia di giustizia nei confronti della musica sta su un piatto Ossigeno e sull’altro X-Factor. I soldi e l’audience fanno pendere la bilancia dalla parte del talent ovviamente ma sapete cosa si dice, mettete i vostri ideali in una mano e merda nell’altra, e vedete quale pesa di più.

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