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Gli album hard rock ed heavy metal in uscita a gennaio e febbraio 2016

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I dischi in uscita hard rock ed heavy metal di gennaio e febbraio 2016 sono già molte. Ascolta gli album che abbiamo rapidamente recensito in questo periodo. La lista aumenterà col passare delle settimane. Nella Serie A per il momento trovano spazio Conan e i redivivi Master. Tra le nuove leve spiccano Textures e Toothgrinder. Di schifezze al momento non ne sono ancora uscite, e non possiamo far altro che rallegrarci della cosa.

TOP PLAYERS

CONAN – REVENGEANCE
Sulla bocca di molti amanti di High On Fire e Sleep, i Conan fanno decisamente bene il terzo compitino in studio, esaltando le proprie qualità nel marcissimo doom/sludge di Thunderhoof, tanto quanto nell’inizialmente dissenata titletrack. Gli inglesi stanno acquistando credibilità e facendosi conoscere con merito, la loro proposta non mancherà di deliziare un underground sempre voglioso di luridume metallico, che però si strofinerà le orecchie nell’ascoltare la clamorosa produzione del nuovo album: moderna e allo stesso tempo lercia e diretta come poche altre cose in circolazione.

TOOTHGRINDER – NOCTURNAL MASQUERADE
Mix perfetto tra macello e melodia, ovvero amore al primo ascolto. “Nocturnal Masquerade”, debutto ufficiale dei Toothgrinder, hardcorers con un debole per il progressive metal, è un bel pugno nello stomaco che di punto in bianco si trasforma nella più tenera delle carezze (“Lace & Anchor” ne è un bell’esempio). “Blue” invece è la dimostrazione che hardcore e djent possono andare d’amore e d’accordo, e “Schizophrenic Jubilee” strizza l’occhio ai Meshuggah. Se poi aggiungiamo il fatto che i cinque del New Jersey sono pure piuttosto fotogenici, la strada verso il successo non può che essere in discesa.

MASTER – AN EPIPHANY OF HATE
Vecchie pellacce e maestri del death metal primordiale, i Master di Paul Speckmann tornano nuovamente sul mercato con un disco che farà la gioia di chi cerca tupatupa senza giri troppe rotture di coglioni strutturali o tecnicismi fini a sè stessi. Storia e voglia di radere tutto al suolo si incontrano in un platter che comprerà solo chi è prossimo ai 40 anni, per poi metterlo sul piatto mentre divora carcasse di ragazzini con canottiere metalcore e frange spettinate. E va bene così. Rispetto e onore.

TEXTURES – PHENOTYPE
Avendo già annunciato il sequel dell’appena pubblicato Phenotype (Genotype, in uscita tra dodici mesi circa), i Textures ci obbligano ad aspettare a fare un pezzone lungo per dire quanto cazzo sono bravi. Cioè possiamo farlo già ora, visto che le loro capacità esecutive non sono mai state in discussione. Tuttavia fino a oggi, il loro progressive metalcore aveva ancora bisogno di un lavoro che segnasse il passo e che permettesse ai raghezzi di dimostrare le loro capacità nel rileggere stilemi classici, unendoli al djent che tanto va in questo periodo. Da cosa partire? Da Shaping A Single Grain Of Sand e Illuminate The Trail per giocare pesante, da New Horizons se volete qualcosa di più facile.

CERTEZZE

PRONG – X NO ABSOLUTES
Dei Prong mi ricordo una delle peggiori secche prese a tradimento sulla schiena. Tipo una ginocchiata o qualcosa del genere che fecero cascare di faccia il me giovane e fuscelloso che all’epoca si dilettava nei poghi che a confronto quelli di oggi dei bimbi metalcore sembrano l’asilo nido. Preambolo per dire che dai Prong ci aspettiamo delle legnate e zero altri cazzi. Tommy Victor lo sa e su “X” non inventa niente, mettendoci anche un po’ di melodie (Without Words) di fianco a dei bei riffettini (l’opener a tratti mi ha ricordato Cut-Rate, brano su cui provarono a uccidermi appunto) e qualche libidinoso up-tempo scontatissimo (In Spite Of Hindrances). Ci piace.

PRIMAL FEAR – RULEBREAKER
Non han mai inventato nulla i Primal Fear intendiamoci. Ma per chi ama un certo tipo di metallo classico alla Priest, la band del gigante buono Ralf Scheepers rappresenterà per sempre una garanzia assoluta. Questi disgraziati mega tedesconi son in giro dal 1997 (madonna che vecchio sono) e rappresentano la certezze per chi cerca una serata tutta heavy/power e birrette. Consigliato a tutti i metalloni. Poser e giovani leve frangettate fuori dai coglioni. Metaulsz is foruevvaaar \m/

ABBATH – ABBATH
“Abbath” nasce dalle ceneri degli Immortal per volere del chitarrista e vocalist Abbath Doom Occulta, tra i padri fondatori del black metal che più true di così si muore. E i fan della storica formazione norvegese troveranno pane per i loro denti, perché il disco rimane fedele a ciò che ha contribuito a costruire e non delude le aspettative. Tra sfuriate e attacchi frontali, si riesce a trovare il tempo per melodia e orecchiabilità (“Count the Dead”). Certo, non roba da canticchiare sotto la doccia, ma che rimane a ronzare a lungo in testa.

LYCUS – CHASMS
Dalla solare California, un po’ di sano funeral doom. Perché si sa, anche quando si è sereni e felici crogiolarsi nel dolore è una malsana goduria. E se si è depressi, scavare nel profondo può aiutare a trovare conforto e a tornare in superficie. O precipitare definitivamente nel baratro. Il sound sporco, discordante, decadente e ipnotico dei Lycus, alla seconda prova di studio con “Chasms”, è un sudario molto difficile da scrollarsi di dosso. Unica avvertenza: mai ascoltarlo in serate di pioggia.

THE LION’S DAUGHTER – EXISTENCE IS HORROR
Va bene, la vita spesso e volentieri fa schifo, ma per fortuna c’è la musica che aiuta a sopravvivere. Certa musica. Tipo quella dei Lion’s Daughter, formazione originaria del Missouri e attiva dal 2007. “Existence Is Horror”, oltre ad essere il secondo full-length della band di St. Louis, è la colonna sonora dei nostri migliori momenti di misantropia e nichilismo, sublimati in un misto tra progressive e sludge con una nervatura black metal piuttosto consistente (vedi la traccia “Dog Shaped Man”), grazie a una tecnica brillante anche se nuda e cruda, di disperata intensità. Un disco ostico, ma da avere.

BLACK TUSK – PILLARS OF ASH
Una corsa a folle velocità, senza freni, su una highway americana. Quasi come quella costata la vita a Jonathan Athon, basso e voce dei Black Tusk, che nonostante la grave perdita non si sono lasciati scoraggiare, inaugurando il 2016 con il quinto album di studio, “Pillars of Ash”. Nessuna sorpresa per il trio di Savannah, ma coerenza con quello swamp metal a cavallo tra Kylesa e Motörhead che da sempre è il loro tesserino di riconoscimento, e soprattutto attitudine e voglia di uscire a testa alta dal lutto. Se da un lato “Pillars of Ash” è segnato da una certa omogeneità, dall’altro non si verifica il benché minimo calo di tensione. Un testamento, ma anche un inno a un nuovo inizio.

SE AVANZA TEMPO

AVANTASIA – GHOSTLIGHTS
Era partito come un side project, come la metal opera powerona definitiva e via dicendo. Ma ridendo e scherzando Avantasia di Tobias Sammet è arrivata al settimo disco. E da un certo punto di vista avrebbe anche rotto il cazzo. Poi ovvio, i nomi coinvolti sono di prim’ordine e per chi cerca le atmosfere sinfoniche e hard rock leggere (o Meat Loaf in salsa crucca a seconda), questa potrebbe ancora una volta essere la scelta vincente. In passato, Avantasia stessa ha avuto capitoli migliori, ma quando ti parte in velocità la titletrack e senti Kiske ti dimentichi tutto ciò che è venuto prima (e che verrà dopo).

LAST IN LINE – HEAVY CROWN
Per tutti i nostalgici dei pezzi di Ronnie James Dio, e in generale per gli amanti dell’heavy classico, questo disco sarà manna del cielo. Per tutti gli altri rimarrà un onesto album in cui suonano validissimi musicisti come Vivian Campbell (dei Def Leppard) e Vinny Appice. La voce di Andrew Freeman connette efficacemente riff e incedere che varia dal mid tempo ottantiano, alle volate incalzanti di I Am Revolution. Molto buono per nostalgici.

STRIKER – STAND IN THE FIRE
Tutti i clichè degli anni ottanta e della New Wave con un po’ di thrash in un disco carino. E’ tipo l’ennesimo. Ma va bene anche così, per una birra in compagnia come sottofondo male non fa. I canadesi son simpatici ma per ora hanno pochissime caratteristiche che potrebbero favorire una loro uscita dal super underground. Dopo quattro album in studio, qualche domanda sarebbe il caso di iniziare a farsela…

SERENITY – CODEX ATLANTICUS
Gli Austriaci Serenity riescono probabilmente a compiere il grande salto e farsi notare a livello internazionale. Gli appassionati di metallo sinfonico e poweroso, troveranno pane per i propri denti grazie alla nuova release dei Nostri che, grazie a una produzione scintillante e ad alcuni inserti decisamente heavy in fase di riffing, saprà farsi apprezzare da un pubblico eterogeneo. Non inventa nulla, ma per chi ama i Kamelot, l’ascolto è obbligatorio. Solo per loro. Ovviamente

BRAINSTORM – SCARY CREATURES
Onesti mestieranti del vecchio heavy/US power i Brainstorm. All’ennesimo disco, i Nostri dimostrano di saper sicuramente essere diretti, ma di non essere mai riusciti a codificare in qualcosa di più coinvolgente e ficcante, le buone idee espresse nell’oramai vecchissimo Liquid Monster. Nulla di male, per i veterani son delle garanzie, ma per tutti gli altri rimarranno probabilmente troppo sconosciuti in un panorama ultra inflazionato.

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