Alter Bridge – Live At The O2 Arena

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Mark Tremonti non ha mai fatto segreto di non aver mai avuto un buon rapporto con la natura quasi esclusivamente da studio dei suoi Creed, così come il bassista Brian Marshall che aveva addirittura mollato il gruppo per poi tornare con la reunion del 2009 di “Full Circle” e per la nuova avventura Alter Bridge. Così come la scelta del frontman Myles Kennedy ha contribuito esponenzialmente a questo nuovo corso incentrato sulla credibilità dal vivo, fatta di quantità e qualità a livelli vertiginosi. Non c’è da stupirsi quindi se nel giro di pochi anni questo è il terzo live di una band che non ha mezzo secolo di carriera e nemmeno un quarto. Cosa trovare quindi in questo “Live At The O2 Arena” che non ci sia già nei precedenti?

Per cominciare il suono, a mio avviso migliore dei precedenti come scelta del mixaggio dei vari elementi. È piacevole e non affatica, veleggia sopra le velleità da concerto senza appesantire l’ascolto. La tracklist poi presenta brani dall’acclamatissimo “Fortress” che in molti avevano la curiosità di sentire in un bel live abbellito in studio dove le qualità della voce di Myles e della chitarra di Tremonti fossero pulite ma pur sempre in presa diretta. Anche le ultimissime arrivate da “The Last Hero” fanno il loro esordio in un disco dal vivo ufficiale e suonano benissimo come ha potuto appurare chi ha avuto la fortuna di vederli nelle due tranche del tour in Italia.

Troviamo classici della band come “Rise Today” e “Ghost Of Days Gone By”, la mastodontica “Blackbird”, l’immancabile ballatona “Watch Over You”, pezzi che ormai viaggiano con il pilota automatico dal vivo. La granitica “Farther Than The Sun” e “Cry Of Achilles” presentano per la prima volta l’album “Fortress” come anche la sorprendente “Waters Rising” dove Tremonti sfoggia oltre ai soliti riff anche la sua sempre migliore attitudine vocale in un duetto con Kennedy da urlo. Le nuove “The Writing On The Wall”, “My Champion”, “Show Me a Leader” e la spacca sassi “Crows On a Wire” dimostrano ancora una volta che anche in studio i brani degli Alter Bridge vengono pensati e creati con un occhio alla loro fattibilità e resa live.

I primi due cd del cofanetto presentano questo live che fa il punto sulla carriera dei Nostri, del loro stato di affiatamento e tecnico e dell’ ahimè leggero involversi della forza di fuoco vocale dell’extraterrestre Myles Kennedy, che dopo una decade di lavori forzati live e in studi di registrazione vari comincia a mostrare una volontà al taglio e a un livellamento verso il basso di alcuni acuti. Comprensibile per un artista che produce una quantità e qualità di lavoro musicale impressionante per una persona sola, senza deludere mai e garantendo un livello costante di prestazioni irraggiungibile per chiunque. Solo chi lo segue senza tregua negli ultimi vent’anni, fin dai tempi dei Mayfield Four e prima ancora dei Citizen Swing (parliamo degli anni ’90) si può accorgere di questa lieve flessione e svolta al contenimento e mantenimento di un patrimonio che sembrava inesauribile. Il logorio purtroppo arriva sempre per tutto e per tutti. Io mi preoccupo solo che il nostro Myles si mantenga equilibrato e in salute nella testa più che nelle corde vocali e che l’esperienza solista sia per lui e per noi piacevole e appagante. Speriamo.

Il terzo CD è quello che può più di tutto solleticare la curiosità dei fan. Una raccolta di rarities e b-side, anche se di rarità troviamo solo gli inediti perché le b-side riguardano le aggiunte agli album di studio per mercati particolari, ma che nell’era del web non hanno di fatto embargo. Strano quindi trovare in un disco di rarità pezzi che scopriamo essere rarità solo perché sono qui. Ad esempio “The Damage Done” è difficile pensarlo come uno scarto di “Blackbird”, anche per l’altissima qualità del brano. Già conosciute e consumate “New Way To Live” e “We Don’t Care At All” e “Zero”. L’ultimo album in studio è rappresentato da “The Last Of Our Kind”. Il gruppo di ‘scarti’ che più mi ha arrecato piacere sono non a caso gli inediti, i pezzi che fino ad ora sono rimasti celati anche all’occhio Sauroniano del web e che hanno il compito nostalgico e doloroso di ricordarci quello che gli Alter Bridge erano all’inizio del loro cammino.

“Breathe” proviene dall’esordio “One Day Remains” e si presenta infatti subito come doppione di “Burn It Down” anche se poi si evolve in una melodia incredibilmente accattivante, di cui i primi Alter e i gli antenati Creed erano maestri. I Nostri dopo l’apocalittico successo di “Blackbird” hanno intrapreso una strada che porta dall’alternative al progressive metal melodico, che li ha portati gradualmente ad aumentare la difficoltà delle strutture dei pezzi, evidenziando la tecnica personale dei musicisti ma pagando un po’ in immediatezza. Esempio di immediatezza è “Cruel Sun”, altro inedito dove Myles tesse una melodia alternative che danza sulle armoniche per poi esplodere in un ritornello senza fronzoli che conquista immediatamente, forse troppo, tanto che una volta finita non rimane granché e tocca riascoltarla, cosa che però non arreca alcun fastidio. Di altro spessore è “Solace”, una power ballad che ha in sé eco di altri capolavori presenti nell’album d’esordio come “Shed My Skin” e “Down To My Last”.

Molte cose non tornano in questo capitolo discografico degli Alter Bridge. Cominciando dalla ridondanza di alcuni episodi del live fino alla coerenza di vendere un cofanetto abbastanza costoso che ha poca esclusività nell’offerta del materiale. Chi li conosce non aumenterà l’intimità con loro e chi non li conosce ha una strada di certo più genuina per approcciarli, ad esempio inserire nel lettore quel capolavoro di “One Day Remains”. “Live At The O2 Arena” è un ammiccamento diabolico di quell’industria che si nutre dell’amore dei fan, perché dire che sia brutto e che il suo ascolto non regali emozioni è sbagliato e quindi non è trascurabile per chi ama la band. Una cambiale che va pagata e che vi ripagherà, anche se solo in parte.

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