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Arcane Roots – Melancholia Hymns

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Sono passati ben quattro anni dalla pubblicazione dal memorabile esordio degli Arcane Roots (“Blood & Chemistry”), due dei quali interamente dedicati alla gestazione di questo “Melancholia Hymns”. Un disco eclettico, sperimentale, epico, in perfetto equilibrio tra il dolce-amaro tormento e la ferocia dei primi passi. Ma prima di lanciarsi in uno smisurato elogio è meglio asciugare la bava e provare a capire perché il disco di una band poco nota e molto giovane può essere così importante per la musica contemporanea.

Innanzitutto, il secondo lavoro degli Arcane Roots nasce da un insieme di scelte compiute interamente dal gruppo e dal suo autore, Andrew Groves. Il grande vantaggio di pubblicare sotto un’etichetta indipendente come Easy Life Records che, pur essendo sotto l’ala protettiva della Sony, riesce ancora a procedere a briglie abbastanza sciolte. Questo ha permesso ad Andrew di essere abbastanza lucido da porsi un quesito fondamentale: quanto è importante essere una rock band? La sua personalissima risposta è stata: “non mi interessa che gli Arcane Roots suonino come una rock band, mi interessa che suonino come una grande band”. Il corollario è che, anche se continuare a pubblicare EP potrebbe essere molto più rassicurante e garantire maggior costanza dal vivo, per fare grande musica è essenziale scrivere un grande album, senza rintanarsi nella propria comfort zone.

Perciò, anziché partorire 100 brani tra i quali selezionare la manciata più convincente, i tre inglesi sono partiti da dieci innesti, tanti quante le tracce finali, e ad essi hanno applicato infinite variazioni, ammorbidendo le linee melodiche, giocando con sintetizzatori e drum-machine, introducendo semi-breakdown e talvolta lasciando che gli iracondi riff di Andrew Groves, le schizofreniche ritmiche di Jack Wrench e le solide linee di basso di Adam Burton crescessero fino a tener testa all’esplosivo e drammatico screaming, da sempre irrinunciabile per questo progetto musicale. La vera svolta, dunque, non consiste nel passare dal rock all’elettronica, bensì evolversi e sperimentare rendendo vana la ricerca compulsiva di categorie e generi, aggrappandosi ad un’unica costante che è la pura creatività.

“Melancholia Hymns”, come affermato dalla band stessa, ha come modello ideale “The Dark Side of the Moon” e tenta, esattamente come la pietra miliare dei Pink Floyd, di veicolare messaggi universali, distaccandosi dall’intimità che ha sempre accompagnato i testi dei lavori precedenti. Ne viene fuori un prezioso trattato in dieci capitoli sulla perduta arte del reinventarsi in ambito musicale. Un risultato assolutamente straordinario e che acquisisce maggior valore se inserito nel contesto odierno: quello in cui gli artisti, qualunque sia la loro fetta di mercato, non sanno più dove andare a parare.

Ne è una prova il non lontanissimo esordio dei The 1975 (uscito lo stesso anno di “Blood & Chemistry”), che ponendosi come uno dei rarissimi casi di “qualcosa di relativamente nuovo”, portò numerosi musicisti a dire al proprio produttore: “ecco, vorrei che il mio prossimo disco suonasse proprio così”. D’altra parte oggi Mark Ronson diventa più determinante di Josh Homme nel nuovo sound dei Queens of the Stone Age, mentre Rick Rubin fa notizia perché decide di mettere mano al prossimo capitolo discografico di Jovanotti.

Questo perché forse, ora più che mai, reinventarsi è un bisogno impellente, laddove vecchie strategie conservative appaiono deleterie, tanto per gli artisti quanto per i produttori. Tant’è vero che si discute già della possibilità di smettere di pubblicare full-length e limitarsi a sfornare singoli a intermittenza, per giustificare eventuali tour perpetui e per non disperdere l’ispirazione. Uno stillicidio al quale hanno già fatto le fusa formazioni enormi, come i 30 Seconds To Mars o come i Rammstein, il cui chitarrista Richard Kruspe, proprio poche ore fa, ha dichiarato che il prossimo disco potrebbe essere l’ultimo, senza però accennare ad un eventuale scioglimento.

Questo lo scenario post-apocalittico in cui si colloca “Melancholia Hymns”. E da qui, la meraviglia: il secondo album degli Arcane Roots è un’opera che si avvicina più ad una colonna sonora, e pur avendo lo spessore di un concept album, non ha la pretesa di esserlo. Può però vantare uno dei titoli più eloquenti della piazza. Un nome di straordinaria precisione che è arrivato a posteriori, quando i testi dei brani erano ultimati e le tematiche esaurite. Lampante, perché “inni” calzava molto meglio di “canzoni” o “singoli”, mentre “malinconia” etichettava questo lavoro più esaustivamente di “alternative rock”, “progressive”, “elettronica”, “ambient”, “math-rock”, “post-rock” o “post-hardcore”.

Tante belle parole, sì, ma in sostanza come sono le canzoni?
L’apertura di “Before Me” è quasi spiazzante. Un preludio shoegaze / dream pop che potrebbe portare la firma di Anthony Gonzalez e che invece apre lentamente la strada ad un organico a cui solo una band di stampo post-hardcore potrebbe dar vita.

Si prosegue con “Matter” e fortunatamente ritroviamo subito quell’aggressività ancestrale che in dieci anni di attività gli Arcane Roots hanno accuratamente alimentato, grazie ai possenti riff e alle impetuose urla del proprio frontman. In “Indigo” invece la voce di Groves tocca le prime vere note malinconiche, e lo fa con un’espressività inaudita, ripresa in quello che potremmo definire il singolo più fruibile del lotto: la bellissima “Off The Floor“.

A confermarsi il picco di questo songwriting è “Curtains“, primo singolo estratto, in cui un apparato elettronico sorregge tutti gli elementi imprescindibili del combo britannico, mentre a sorprendere sono le ottime le chitarre di “Solemn“, distorte ma granitiche, affiancate dalle pelli percosse con irruenza da Wrench.

La doppietta composta da “Arp” e “Fireflies” rende ancor più solida l’identità del disco, concepito per essere ascoltato nella sua interezza, proprio come se aderisse ad un lungometraggio. Se così fosse, se il carattere cinematografico di “Melancholia Hymns” fosse concreto, questa sezione vedrebbe in “Arp” il perfetto climax, il momento di maggior tensione della pellicola, culminato in un crescendo che ricorda molto le esplosioni prog dei Biffy Clyro, mentre l’eterea “Fireflies” accompagnerebbe la scena più cupa ed emotiva, quella che precede il gran finale.

Arriva infatti la mostruosa “Everything (All At Once)“, forse il brano più didascalico, che spinge i tre musicisti oltre i propri limiti in un outro che è il frutto di un’esecuzione assolutamente folle. Veniamo così catapultati violentemente fino allo scioglimento della vicenda, con “Half The World“: il brano meno incisivo del disco, ma anche il più rassicurante. Una traccia che concede la spolverata di arena rock che non può mancare in un disco che punta alla grandezza, ma che sembra voler lasciare il focus sulle grandi cose mostrate lungo il percorso, limitandosi a raccogliere i meritati frutti di due anni di fatiche.

Niente inizio in medias res, niente colpo di scena finale, ma un percorso straordinariamente coeso, completo, disseminato di virtuosismi e pronto a rimanere un unicum, non solo nella discografia degli Arcane Roots. E, che ci crediate o no, questo è solamente il secondo album.

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