The Heavy Countdown #68: Architects, SHVPES, Memphis May Fire, P.O.D.

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Architects – Holy Hell
Sappiamo tutti cosa sia successo al povero Tom Searle non più tardi di un paio di anni fa, e sapevamo molto bene che nonostante la tragica scomparsa del chitarrista e principale compositore degli Architects i Nostri non si sarebbero fermati. Infatti. “Holy Hell” è molto più che un’opera catartica, è un urlo di dolore e di rabbia (a proposito, nella title track e in “The Seventh Circle” Sam Carter dà voce alle sue performance migliori di sempre), intramezzato da struggenti aperture melodiche e da testi che vale la pena approfondire, anche se la mancanza di Searle, fatta eccezione per alcuni pezzi, si sente, eccome.

SHVPES – Greater Than
Andando oltre al fatto che il frontman Griff Dickinson sia il figlio di Bruce (anche se diciamolo, buon sangue non mente, perché il ragazzo ha una stoffa e una versatilità come pochi altri nel suo genere), il secondo full-length degli Shvpes è una bomba fatta e finita. Attingendo a piene mani dagli insegnamenti dei Trivium, i Nostri riescono a mettere in mezzo al loro metalcore anche influenze hip-hop ed elettroniche, oltre che hardcore e nu metal. Per non parlare dei chorus impossibili da scollarsi dalla testa.

Four Stroke Baron – Planet Silver Screen
New wave filtrata attraverso una sensibilità progressive metal. E un cantante che sembra appena uscito dai Tears For Fears. Sto delirando? No, sto solo cercando di spiegarvi come suoni “Planet Silver Screen” dei Four Stroke Baron, un disco tanto strambo quanto affascinante, che nella sua estrema follia, funziona a meraviglia. Mettiamoci anche un pizzico di space rock e qualche reminiscenza floydiana e otteniamo un lavoro che merita di essere ascoltato e compreso per tutta la sua durata e per tutta la sua lucida assurdità.

Sigh – Heir To Despair
Il primato della follia in questa edizione della Heavy Countdown non va ai Four Stroke Baron, ma a una formazione che ha costruito la sua carriera cantando sempre fuori dal coro. Mi riferisco ai giapponesi Sigh, una band che sarebbe riduttivo etichettare semplicemente come black metal, e che oggi tira fuori dal cilindro un altro album che definire bizzarro è poco. “Heir To Despair” spazia dal metal alle atmosfere mediorientali, passando per noise, elettronica e psichedelia (possiamo dire che nel corso della propria carriera i Sigh abbiano toccato tutti i generi musicali), fino a toccare l’assurdo e il disturbante (date un ascolto a “Part 2: Acosmism”).

Memphis May Fire – Broken
Non si può negare che i Memphis May Fire siano coerenti. Con “Broken”, infatti, i Nostri proseguono sulla loro strada, che li porta ormai ad allontanarsi progressivamente dal metalcore tout-court, dando più peso alla melodia e alla “pulizia” piuttosto che all’aspetto heavy, verso lidi per molti versi più affini all’alternative rock che altro. Di sicuro, pur non dicendo nulla di nuovo, “Broken” è un disco che si lascia ascoltare senza annoiare dall’inizio alla fine, come molti altri del resto.

Psycroptic – As the Kingdom Drowns
Per quasi vent’anni gli australiani Psycoptic hanno continuato ad offrire la propria perizia al dio del death metal. Infatti, anche la loro settima fatica in studio, “As the Kingdom Drowns”, non tradisce alcun segno di cedimento tra blast beat forsennati, un groove feroce e un altrettanto mortale growl. Senza dimenticare ovviamente la tecnica, da sempre fiore all’occhiello dei Nostri, e la fascinazione per territori thrash (vedi la super energica “Deadlands”).

Cult Leader – A Patient Man
Arrivano dallo Utah i Cult Leader, una band di cui la stampa estera sta parlando da giorni esaltando il loro ultimo (e secondo) full-length, “A Patient Man”. Al di là della copertina top, anche il contenuto del disco è impossibile che passi inosservato. Un hardcore dissonante, acro, secco, che di botto si trasforma in un simil sludge, senza perdere il suo smalto (cosa che accade anche all’interno stesso di alcuni pezzi, tipo “A World of Joy”). Sul finale i Cult Leader iniziano a ripetersi un po’, ma fidatevi di ciò che si dice in giro e date un ascolto a “A Patient Man”.

Funeral Chic – Superstition
Sporco, è il primo termine che mi è venuto in mente per definire “Superstition” dei Funeral Chic. Il combo originario del North Carolina (il cui motto per la cronaca è VITOA, ovvero “Violence Is The Only Answer”) ha dato alle stampe un lavoro super politicizzato, in cui blackened crust, hardcore punk e black ‘n’ roll si miscelano per raccontare storie di rabbia e violenza, spesso e volentieri indirizzate contro polizia e autorità in generale. Demodé per molti versi, ma godibilissimo.

The Comfort – What It is to Be
Un viaggio nella mente del chitarrista e compositore Liam Holmes. Si potrebbe riassumere con questa frase il contenuto lirico di “What It is to Be”, primo disco per i The Comfort, che si incentra sui pensieri e i sentimenti dell’artista, in cerca di una terapia per la depressione in Perù con l’ausilio dell’ayahuasca. Ma oltre alle piante allucinogene, come cura la musica non lo fa nessuno. Il primo album della giovane formazione quindi trova la sua catarsi in un sapiente mix tra emo/alternative e indie, e su un songwriting già molto maturo.

Ghost Key – See This Through
Un numero sempre maggiore di band sta cercando di sensibilizzare il suo pubblico riguardo temi molto delicati e attuali come la depressione e il suicidio. Alla lunga lista (che comprende, tra gli altri, Casey e Being As an Ocean), si aggiungono i Ghost Key e il loro secondo disco, “See This Through”. Il nuovo lavoro del quintetto fa suoi gli insegnamenti del post-hardcore contemporaneo (avvalendosi nei passaggi cruciali anche dello spoken word) per infondere speranza ai propri fan. Niente di nuovo, ma lo scopo dei GK è più che onorevole, a prescindere dalla musica in sé.

P.O.D. – Circles
Alla domanda “ma i P.O.D. sono ancora vivi?” i Nostri rispondono prontamente con un nuovo disco. Quest’anno è il turno di “Circles”, il decimo (!!!) full-length della formazione statunitense. I fasti del nu metal sono lontani, ma i ragazzi di San Diego non hanno mai perso la voglia di fare musica insieme, continuando a trasmettere il loro groove e le loro vibrazioni positive anche attraverso questo nuovo album, che sa tanto di sole e California, e soprattutto non ha chissà quali pretese.

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