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The Heavy Countdown #15: Anaal Nathrakh, Upon a Burning Body, Serpentine Dominion, Memphis May Fire

attila-chaos-recensione

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1.
Attila – Chaos
Noti per dare fastidio con il loro atteggiamento odioso da bulli, gli Attila, capitanati dal frontman Chris ‘Fronz’ Fronzak, approdano al settimo album con il consueto mix di violenza (verbale e fisica), volgarità e pose gangsta. Una ricetta che nel corso degli anni si è rivelata vincente. La contaminazione hip hop si fa sentire come da buona tradizione in casa Attila non solo nell’attitudine ma anche nel sound (vedi “Moshpit”). Aggiungiamo anche generose dosi di breakdown al napalm (“Rise Up”), e avrete in mano un coacervo di roba talmente irritante che fa il giro e diventa divertente.

2.
Anaal Nathrakh – The Whole of the Law
Passano gli anni e i dischi (con “The Whole of the Law” siamo a quota nove), ma gli Anaal Nathrakh non ne vogliono sapere di ammorbidirsi. Come da sempre succede con la loro musica, i casi sono due: o si soccombe a questa apocalissi sonora, fuggendo inorriditi, o in qualche modo ne si viene completamente asserviti, una volta che si riesce a dipanare una matassa apparentemente sconclusionata e aggrovigliata. Aleister Crowley (citato nel titolo del disco) in uno dei postulati della sua Magia, diceva “fa ciò che vuoi e sarà tutta la legge”. Bè questo discorso per gli AN calza a pennello. Black metal infarcito di grind a sua volta sporcato da sintetizzatori strombazzanti, growl e scream che sembrano provenire dall’ultimo girone dell’inferno, con testi oltre la violenza e la blasfemia: io dico “We Will Fucking Kill You”. Ascoltate questo pezzo e forse i miei deliri inizieranno ad avere un senso.

3.
All Faces Down – Forevermore
Le belle sorprese saltano fuori dove meno te le aspetti. Tipo in Austria, dove cinque ragazzotti, che rispondono al nome di All Faces Down, hanno appena pubblicato il loro secondo disco, “Forevermore”. Un album che manderà in brodo di giuggiole sia i fan del metalcore più attuale che del pop punk old school. “Forevermore” è nettamente separato in due parti, che indagano ciascuna le due anime della band austriaca: fino a “We Believe” si pesta e si urla, da “Young” in avanti invece si cade in depressione post-adolescenziale. Che meraviglia.

4.
Wolves at the Gate – Types & Shadows
La band post harcore arriva al terzo disco in stato di grazia. “Types & Shadows” è un lavoro sì accessibile, ma non di certo facilone e ruffiano, nonostante possa contribuire con un pizzico di fortuna a lanciare con successo i Wolves at the Gate nel calderone mainstream. La perfetta alternanza tra melodia e energia, screaming e cantato pulito (vedi la opener “Asleep”), per non parlare delle influenze hard rock (“War in the Time of Peace”) contribuiscono all’ottima riuscita di questo disco. Provare per credere.

5.
Serpentine Dominion – Serpentine Dominion
Anche se sono sempre dubbiosa quando si tratta di supergruppi, devo ammettere che mi sono divertita un botto ad ascoltare l’omonimo debutto dei Serpentine Dominion. Per chi non lo sapesse, i signori in questione sono Adam Dutkiewicz dei Killswitch Engage, l’ex batterista dei The Black Dahlia Murder Shannon Lucas e last but not least, George “Corpsegrinder” Fisher dei Cannibal Corpse. “Serpentine Dominion” spacca perché è brutale e melodico allo stesso tempo, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, accontentando quindi i fan della New Wave of American Heavy Metal e del death sempre made in USA. Unico difetto? La durata. 26 minuti sono davvero pochi, quindi ci aspettiamo che sia solo un antipasto di una più ricca abbuffata.

6.
Blessing a Curse – Satisfaction for the Vengeful
Il debutto degli statunitensi Blessing a Curse non potrebbe essere nulla di più disturbante. Si passa dallo splatter al miele nel giro di un nanosecondo. Mi spiego meglio. I primissimi pezzi come la opener “Your Disguise” e “Devil Eyes” sono degni di una colonna sonora da film horror in salsa metalcore. Ma nei brani successivi si passa senza alcun preavvviso al Biebercore, se non addirittura al “Bieber” tout court nella finale “Leather Wings”. Un’esperienza da provare, se non siete deboli di stomaco.

7.
Memphis May Fire – This Light I Hold
I Memphis May Fire potrebbero ormai essere considerati dei veterani del metalcore, essendo arrivati alla bellezza di cinque album incluso “This Light I Hold”. O forse sarebbe meglio dire popcore con ampi e abbondanti sviolinamenti nell’hopecore. La fortuna della band texana sicuramente, se guardiamo i gusti generali del pubblico e l’andamento attuale del genere, potrebbe beneficiarne ancora di più da quest’ultima fatica (soprattutto dal punto di vista commerciale). Certo è che brani come “Carry On” o la titletrack alla lunga stancano e sanno di già sentito mezzo miliardo di volte, poco conta se in quest’ultima ci canta pure Shaddix dei Papa Roach.

8.
Breakdown of Sanity – Coexistence
Da una band che si chiama Breakdown of Sanity cosa ci si potrà mai aspettare? La risposta è ovvia (metalcore) ma il risultato finale non è per niente scontato. Il quarto disco dei BoS, “Coexistence”, è un vero e proprio gioiellino nel suo genere. I Nostri riescono a interpretare il suono che li caratterizza dagli esordi con una personalità che evita l’effetto di appiattimento generale tipico di molte band simili (prendete un pezzo come “From The Depths” per farvi un’idea).

9.
Owls in the Attic – Odyssey
Per gli amanti del metalcore moderno e più easy listening, arrivano direttamente dalla terra del Jack Daniel’s gli Owls in the Attic. “Odyssey” è un lavoro piacevole, con spunti azzeccati e le idee ancora più chiare sul target da colpire (vedi “Millennial”, non solo per il sound ma anche e soprattutto per il titolo). Ma ci si limita a eseguire (bene, per carità) il lavoro di altri, senza metterci troppa testa propria. Per ora è un nì.

10.
Upon a Burning Body – Straight from the Barrio
Per la rassegna metalcore dal mondo oggi vi parleremo degli Upon a Burning Body e del loro latinocore. Se il termine vi provoca scompensi cardiaci, niente paura: i Nostri per fortuna non fanno solo questo. Oltre al cantato spagnolo e ai testi degni di una rissa tra baby gang con tanto di machete, sparsi qua e là ci sono sparuti casi di buon metalcore classico (tipo “D.T.A. (Don’t Trust Anyone)”) e le lyrics a volte, anche se un po’ pesantine, sono davvero divertenti nello sforzo di creare nuovi epiteti fantasiosi contro gli hater. Insomma, la quarta opera degli UABB non sarà il disco dell’anno, ma sicuro vi strapperà qualche ghigno.

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