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Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures

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Fatte salve altre ipotesi le “Wrong Creatures” del titolo sono proprio loro, i Black Rebel Motorcycle Club. Creature sbagliate fuori tempo massimo e fuori posto, quasi dei creep (di radioheadiana memoria) del rock’n’roll che hanno contribuito a rilanciare con i primi dischi. L’impressione di questo loro essere distorti, distaccati, sotto certi aspetti la nota dissonante in un’epoca che relega il rock a qualche rapida fiammata di speranza (citofonare Royal Blood), è più forte che mai in questo album, l’ottavo in studio in diciassette anni di carriera.

Il trio di Robert Turner, Peter Hayes e Leah Shapiro ha vissuto duecento vite e un numero esponenziale di problemi di salute negli ultimi anni, ma di certo non vanno visti come una giustificazione: oscuri e “malati”, tanto viscerali quanto dritti al punto senza guardare in faccia a nessuno, i BRMC lo sono sempre stati. Forse si avverte di più, si sente quasi la fatica di dovercela fare ancora una volta dopo l’ennesimo cazzotto in faccia. La necessità che si fa virtù con una difficoltà stancante per loro stessi. Il trio trova l’unica chiave plausibile: restare fedeli a un sound che non hanno mai voluto snaturare. Non come gli Strokes, che hanno smollato il rocknroll per accasarsi con largo anticipo dalle parti dei Daft Punk e dell’elettronica (e riscoprire Comedown Machine significa capire come siamo arrivati musicalmente a certe svolte del 2013, ma non è questo il punto); non come i coevi Franz Ferdinand che continuano imperterriti a giocare alla musica prendendoci tutti per il culo (si può dire culo, vero?). I BRMC in questo somigliano più agli Hives, che a colpi di punk rock e riff sanissimi surfano ancora l’onda lunga della loro coerenza stilistica. Per il trio di San Francisco “Wrong Creatures” suona come l’inizio della spinta verso la risalita, il fieri per ripartire a divulgare l’antico verbo del rock in giubbotto di pelle immarcescibile.

Le canzoni, dunque, perché poi di quelle tocca pure parlare. Tolto il singolo furbettissimo “Little Thing Gone Wild”, roba da compilation post-nostalgica in macchina lanciati nella notte (chi ha coraggio provi a fare pure un cd, lo sfido), l’accoppiata “Spook/King Of Bones” è il legame di continuità, il Grande Raccordo Anulare con le precedenti produzioni nella scia della mai troppo suonata “Whatever Happened To My Rock’n’Roll” (pure se meno incendiarie). Alta percentuale di ballad e di lenti ipnotico-psichedelici, alcuni di vaga ispirazione beatlesiana, altri che richiamano i Velvet Underground (“Question of Faith”), altri ancora echi di India già ripresi illo tempore da Jeff Buckley (tipo “Ninth Configuration” o “Calling Them All Away”). Pescare a piene mani nel passato è da sempre stato un topos dei Black Rebel Motorcycle Club e continuano a farlo: non sarà il loro disco migliore, ok. Ma è coerente. Anzi, più che “ma” dovremmo dire “ed è coerente”. Coerente con un percorso artistico solido, mai guizzante ma sempre poggiato su basi ribellionistiche come il rinnovato drumming di Leah Shapiro. In questo i BRMC sono controcorrente: nell’essere coerenti senza voler strafare. Qualità da non sottovalutare.

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