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Blind Guardian – Beyond The Red Mirror

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È trascorso un lustro esatto dall’ultimo album in studio dei Blind Guardian. La band tedesca non aveva mai lasciato passare così tanto tempo fra un disco e l’altro. Segno che Hansi Kürsch e compagni tenevano particolarmente a “Beyond The Red Mirror”, volevano che ogni particolare fosse calibrato al millimetro. Questa è l’ipotesi ottimistica. Quella di segno opposto fa piuttosto pensare a una difficoltà creativa non indifferente. In realtà entrambe hanno diritto d’esistenza, e la nuova opera sintetizza perfettamente luci e ombre di un gruppo ormai attivo da più di trent’anni.

A livello lirico il concept è un seguito di “Imaginations from the Other Side”, musicalmente è piuttosto una riproposizione ancor più pomposa e ipertrofica delle atmosfere di “A Night At The Opera”. Per registrarlo i Bardi di Krefeld hanno impiegato ben due orchestre sinfoniche e tre società corali; uno spiegamento di forze davvero eccessivo a giudicare dal risultato. Che, in realtà, in certi episodi è realmente impressionante, ma complessivamente non regge gli oltre 70 minuti di durata. Il symphonic-power metal del quintetto esplode in tutta la sua magniloquenza nell’apripista “The Ninth Wave”, quasi dieci minuti in cui viene passato in rassegna gran parte dell’armamentario sonoro del Guardiano: cori pseudo gregoriani e orchestrazioni cinematiche introducono un saliscendi emotivo che tocca il proprio vertice nel ritornello corale, potentissimo e coinvolgente; spiace notare, però, quanto i riff siano anonimi e quanto gli inserti rumoristi/industrialoidi c’entrino davvero poco con il resto (per fortuna non si riascolteranno più). “Twilight Of The Gods”, il singolo, è un altro quasi mid – tempo che fa nuovamente leva sulla riuscita degli arrangiamenti vocali. Sono questi il vero punto di forza di “Beyond The Red Mirror”, il quale altrimenti scadrebbe nel più puro anonimato. Perché gli assoli non sono mai all’altezza, il riffing è quasi sempre piuttosto banale, le ritmiche annoiano nel loro essere troppo prevedibili e, nel complesso, i debiti verso il passato non vengono quasi mai riscattati da idee capaci d’infondere vita propria a un disco troppo, troppo di maniera. Oltre a questo, la scelta di basare quasi tutte le tracce su tempi medi si rivela un’arma a doppio taglio: da un lato enfatizza la componente sinfonica del cd, dall’altro rischia di annoiare quando il minutaggio inizia a farsi elevato. Non bastano le più rapide “Ashes Of Eternity” e “The Holy Grail” (insieme all’opener la più riuscita dell’album) a movimentare quello che appare un monolite di manierismo sinfonico/metallico.

D’altra parte questa è la loro decima fatica in studio, e come accade per quasi tutti i complessi ‘anziani’, salvo rarissime eccezioni, il riciclaggio stilistico diventa prassi abituale. Sintetizzando: i Blind Guardian non hanno quasi più nulla da dire, ma lo dicono in modo ancora accettabile. In questo caso la scelta ricade sull’ascoltatore; è lui che deve decidere se ripudiare “Beyond The Red Mirror” paragonandolo ai capolavori degli anni Novanta, oppure accettarlo apprezzandone la ‘bella calligrafia’.


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