Blondie – Pollinator

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Un nuovo lavoro dei Blondie non lo si può prendere come un qualsiasi album rock pop. Qui si parla di storia, di una band che ha fatto del singolo riempipista il suo DNA, che ha tanti pezzi rinomati da perdere il conto, tanto che alcuni li abbiamo nella nostra enciclopedia musicale da decenni senza nemmeno sapere fossero di Debbie Harry e soci.

Debbie. Una delle ragazze del rock più sensuali di sempre con la sua chioma bionda e il suo volto volitivo e spigoloso. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginarla perfettamente a suo agio sopra un palco rock con un’attitudine disgraziatamente e sfacciatamente punk, esattamente come sotto una mirrorball caleidoscopica all’interno di una disco in perfetto stile anni ’80, vaporosa e colorata a dimenare la schiena al centro esatto del dance floor colpita dai dardi brillanti delle luci. La sensazione che la sua immagine ci porta è quella scanzonata e leggera di quegli anni a cavallo tra i settanta e gli ottanta, quando il divertimento era preso sul serio e per il quale la gente ritagliava una fetta consistente della propria vita, dedicandocisi totalmente a briglie sciolte. E i Blondie hanno navigato a vele spiegate in questo mare di energia producendo materiale sempre all’insegna del pop divertente ma di fattura estremamente variegata, basti pensare alle differenze sostanziali tra due dei loro maggiori tormentoni dell’epoca “Call Me” e “Heart Of Glass” che in questo nuovo album “Pollinator” trova un omaggio diretto nella bella e godibile “Long Time”.

“Pollinator” mette subito in vetrina un’altra caratteristica della band espressa magnificamente dalla frontman Debbie, quella di ruggire e di guardarti dritto negli occhi per lanciarti il messaggio che vogliono, perché con la sola leggerezza e il ritmo da ballare non si fa la storia della musica. Qui il messaggio è chiaro già dalla copertina, una duplice facciata con comune denominatore l’impollinazione presentata dal titolo. La prima metà del messaggio è quello puramente naturalista legato all’ape, secondo l’assioma che da tempo circola secondo cui se scompaiono le api a seguito dell’inquinamento globale, scomparirebbe a seguire tutta la vita e noi con loro. Il quadro americano in questo senso dall’elezione di Trump è parecchio grigio e in fase di disfacimento, e queste condizioni di instabilità politica sono sempre un grosso motore di ispirazione per le band. I Blondie dimostrano di fare una cosa non scontata per una formazione che vive della gloria del passato, quella di sapersi immergere nel senso del nostro tempo e riuscire a dialogarci, pur mantenendo energia e quell’attitudine a saper muovere il sedere della gente che li ha sempre contraddistinti.

“Pollinator” è anche impollinazione di un gruppo che ha influenzato generazioni di musicisti e che in questo album ne ospita il più possibile appunto per “impollinarli” del mood e dell’esperienza di un’avventura quarantennale. Gli ospiti sono svariati, da David Sitek dei “Tv On The Radio” a Dev Hynes dei “Blood Orange” all’icona Johnny Marr, chitarrista degli Smiths, che regala ai Nostri “My Monster”, un pop leggero molto orecchiabile e un giro di synth che accompagna un buonissimo ritornello e dimostra lo stato di grazia che sta attraversando Marr.

Tutto funziona in “Pollinator”, già dall’iniziale “Doom Or Destiny”, a pezzi come “Best Day Ever” che incorpora il ritornello stonato come se fosse una virtù punk e non una disfunzione pop. C’è anche un occhiolino al country nella ballatona romantica “When I Gave Up On You”, che alla stucchevolezza dello sdolcinato tipico del genere sostituisce un accattivante atteggiamento pop. Ancora synth e voglia di ballare con “Too Much” con tanta melodia e la voce di Debbie segnata dal tempo ma sempre piena di carattere, con un ritornello che si stacca dal pavimento aprendo l’ennesima finestra sul passato senza cadere nel meccanismo nostalgico che mette in imbarazzo. “Fragments” spiazza per la sua profondità e tristezza di fondo, che esplode poi in una drammaticità sostenuta da un ritmo incalzante in sette minuti di passione che spiazzerà i fan della formazione ma che non può lasciare indifferenti.

Un album godibile e divertente di una band che ha trovato il giusto compromesso tra gloria del passato e tutoraggio alle nuove generazioni, senza però perdere l’occasione di mordere ancora su argomenti che riguardano il futuro di tutti noi. Sempre con classe e infinita grinta, lunga vita alla settantenne Debbie Harry.

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