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Casablanca – Pace, Violenza o Costume

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Il secondo atteso album dei Casablanca, band formata dai due ex Deasonika, Max Zanotti (voce e chitarra) e Stefano Facchi (batteria) insieme a Giovanni Pinizzotto (basso) e Rosario Lo Monaco (chitarra) arriva a tre anni di distanza dall’esordio omonimo del 2015.

Anticipato dal singolo e videoclip “Ti sto cercando”, il nuovo lavoro della band consta di dieci tracce di rock in italiano che cavalca la ricerca di un suono stoner anni ’70, rispecchiando però anche alcune sonorità indie di fine millennio, quelle che fecero la fortuna di gruppi come Afterours, Marlene Kunz e Timoria, solo per citare alcuni esempi di cui questo album riporta all’orecchio alcuni eco (giusto per non parlare dei trascorsi precedenti dei componenti dei Casablanca stessi).
Un disco italiano dove i testi fungono da pilastro portante: riflessioni sulla vita e le sue ombre, l’amore, l’incertezza sono campioni di poetica e scrittura raffinata sul cui contorno si sostengono e si inseriscono come trame sinuose degli arrangiamenti mai banali e delle scelte sonore d’impatto.

Si parte con “Maschere” e il suo inizio elettrico che lungo il proseguo del brano si inacidisce indurendosi, insieme alle parole, fino a sfociare in un poderoso riff accompagnato da una ritmica che sa molto di alt rock d’oltreoceano.
Il secondo brano è stato il biglietto da visita del disco nei mesi scorsi: accompagnato anche da un video, «“Ti sto cercando” parla dell’incapacità di capirsi – afferma la band – della paura di fare la prima mossa come se comportasse una sorta di svantaggio: un po’ come far vedere le carte prima di iniziare il gioco. E allora non rimane che stare lontani ed immaginare». Il pezzo è molto radiofonico e punta molto su cori facili e diretti che facilmente porteranno l’ascoltatore a canticchiarla immediatamente.
Si continua con una ballad, “Ti scriverò da qui” ,dalla partenza lenta e cadenzata che poi si apre in maniera molto emozionale sul ritornello; si passa quindi al brano più particolare del lotto, un “Minuetto” (con la partecipazione della Dj e vocalist Ketty Passa) dalle note languide e dall’incedere lacerante su note di basso e chitarra.

“Niente Rose” suona dannatamente floydiana, mentre il cantato richiama alla mente l’Agnelli dei testi in bilico fra il ringhiato e il sussurrato. In poche parole il brano più evocativo del disco.
“Un punto di sutura” è il brano più rock in senso classico: ritmo incalzante, testo incazzato, assolo di chitarra al posto giusto, incisi taglienti e versi a rasoio. Facile innamorarsene e avere poi il bisogno di rallentare: “Lei” casca a fagiolo e traghetta nella seconda metà del disco.
“Una ragione in più” è un’altra di quelle canzoni che sanno d’America ma all’italiana, nel senso che viene spontaneo volerla ascoltare in inglese tanto rispecchia un certo schema e sviluppo sonoro.
“Un taglio in bocca” riporta su binari più stoner, o almeno più simili alle dichiarazioni su come dovrebbe suonare questo capitolo dei Casablanca, secondo i Casablanca stessi: è il secondo brano per lunghezza dietro a Maschere, ma non ne riprende né l’incisività né l’appeal, pur facendo bella figura in fondo al disco.
Perché a seguire c’è la chiusura affidata all’omonima “Casablanca”, specchio in testo e musica di come la band intende la musica oggi e il come farla.
Un po’ di autocitazione insomma.

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