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The Heavy Countdown #75: Chapter And Verse, Breathe Atlantis, Mono, Bring Me the Horizon, King 810

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Chapter And Verse – Glow
Dopo essersi presi le lodi di uno che (nel bene e nel male) non le manda di certo a dire, leggi alla voce Lars Ulrich, i britannici Chapter And Verse pubblicano “Glow”, un EP che sta facendo parlare di sé un po’ ovunque nella scena underground globale. Sarà perché i cinque pezzi che compongono l’opera colpiscono subito con il loro alternative ben costruito e d’impatto, oppure sarà la gran voce di Josh Carter, oppure ancora le incursioni nel post-hardcore (“A Devil In Blue”), ma i Chapter And Verse sono una band da tenere d’occhio da qui ai prossimi mesi.

Breathe Atlantis – Soulmade
Ringrazio i Breathe Atlantis perché di buon biebercore come il loro non se ne sentiva da tempo. Per farvi un’idea, prendete i Palisades da una parte, i Too Close Too Touch dall’altra, mescolate energicamente e otterrete “Soulmade”. Il terzo full-length della formazione tedesca è un buon disco di intrattenimento puro, che vi terrà a lungo compagnia con i suoi ritornelli catchy e le melodie altrettanto riuscite (vedi “My Supernova”). Certo, l’innovazione non è di casa, ma i ragazzi hanno decisamente la stoffa necessaria, se non altro per farsi un nome nella loro nicchia.

Mono – Nowhere Now Here
Afferrate il plaid più caldo che avete in casa, la vostra tazza preferita, preparatevi una tisana relax bollente e fate partire “Nowhere Now Here” dei Mono. Se da un lato è vero che i giapponesi, arrivati al decimo album in una carriera quasi ventennale, abbiano esaurito i colpi di genio e le trovate originali, dall’altro esistono poche formazioni post-rock strumentali in grado di mantenere costante il livello qualitativo e offrire lavori da assaporare in religiosa contemplazione.

Bring Me the Horizon – amo
Al netto degli attacchi più o meno gratuiti e più o meno ironici nei confronti dei fan della prima ora (anche se, diciamolo, i Bring Me the Horizon il contentino glielo danno lo stesso, vedi per esempio “wonderful life”) e della mancanza di una identità precisa (si passa dalla dark rave, all’electropop, all’alternative, al soft rock senza soluzione di continuità), il sesto disco dei Nostri ha l’indubbio merito di porsi come lavoro di rottura in una carriera che è stata sempre segnata (positivamente e negativamente) dal cambiamento. E gli episodi migliori sono proprio quelli che si allontanano maggiormente dal sound degli esordi di Sykes e soci, vedi “nihilist blues” con Grimes.

King 810 – Suicide King
I King 810 si danno al rap. Anzi no al blues. Però fanno anche un po’ il verso ai Korn. Insomma, nati come band controversa e malvista da molti, al terzo album continuano ad esserlo. “Suicide King” prosegue sulla via sperimentale tracciata dal precedente “La Petit Mort Or A Conversation With God”, con il frontman David Gunn che si trasforma da gangster a crooner in un battito di ciglia, con il risultato di lasciare l’ascoltatore decisamente spiazzato.

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