The Heavy Countdown #41: Converge, Polaris, Cannibal Corpse, Hollywood Undead

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Converge – The Dusk In Us
Potete ascoltare un qualsiasi disco dei Converge a scatola chiusa. “The Dusk In Us” non fa di certo eccezione con il suo misto di post-hardcore e, come lo definiscono in molti all’estero, “doom ‘n’ gloom”, da sempre il trademark della band capitanata da Jacob Bannon. Tutti i 13 pezzi che compongono il nono lavoro dei Converge hanno una personalità ben definita, a partire dalla monumentale title-track, che deve molto al side-project di Bannon, i Wear Your Wounds, o dalla conclusiva e granitica “Reptilian”. Se andavate cercando la colonna sonora perfetta per questi freddi giorni di pioggia, ora l’avete trovata.

Kardashev – The Almanac
Un viaggio che continua dai lavori passati, fuori dal tempo e dallo spazio, con protagonista un vagabondo senza nome. Ma a questo giro, i Kardashev smussano gli angoli grazie a una produzione lievemente migliore, e uno studio più accurato su melodie e clean vocals. Se il precedente “Peripety” rappresentava l’inverno, con il suo sound gelido e le voci spersonalizzate di androidi extraterrestri, in “The Almanac” siamo in autunno, con sonorità (quasi) alla Contortionist, ma in sottofondo rintocca una tiepida decadenza, musicata a suon di atmospheric/progressive metal.

Endur – American Parasite
Passo le settimane ad ascoltare dischi lamentandomi del fatto che molti vocalist tendano a imitare sempre più Spencer Sotelo dei Periphery. Finché non mi capita tra le mani per puro caso “American Parasite” di tali Endur. Ebbene sì, questa volta è lui, per davvero. Anche se in vesti molto diverse rispetto a quelle a cui ci ha abituato negli anni, tanto che qualcuno lo ha ribattezzato addirittura “Nine Inch Sotelo”. Mettete quindi qualche chitarra, tantissima elettronica, un tocco di industrial, e con “American Parasite” (solo se siete hardcore fan) si balla e si gode.

Polaris – The Mortal Coil
Gli australiani (guarda un po’) Polaris debuttano ufficialmente con “The Mortal Coil”, dopo aver dato alle stampe nel 2016 un EP, “Guilt & The Grief”, che aveva fatto rizzare le orecchie a molti. Alla prova del nove, quindi, una cosa è evidente: i ragazzi di Sydney prendono il meglio di tutto il –core in circolazione e lo distillano nel loro disco. Tra produzione cristallina, chiari rimandi agli August Burns Red (ma con molto più cantato pulito) e pezzi efficaci, i Nostri hanno tutte le carte in regola per sfondare. Giusto perché sono nuovi del mestiere gli concediamo di essere un pizzico derivativi e qualche riempitivo. Ma sono pochi per fortuna.

Sharptooth – Clever Girl
L’hardcore può essere (ancora) femminista? La risposta è sì, se consideriamo “Clever Girl”, il debutto degli Sharptooth. La band di Baltimora, capitanata dalla cazzutissima frontwoman Lauren Kashan (ottima ancor più negli unclean vocals), affronta temi molto delicati con lyrics piuttosto convincenti. Ma è proprio questa la forza e al tempo stesso la debolezza di “Clever Girl”. Se da un lato una “Can I Get a Hell No” (con tanto di citazione di “These Boots Are Made for Walkin’” di Nancy Sinatra) può essere usata da qualunque donna come inno contro le molestie di qualsiasi genere, dall’altro si rischia di perdere il focus sulla musica che fidatevi, è davvero una bomba.

Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers
A proposito del loro nuovo album, i Godspeed You! Black Emperor hanno detto qualcosa del tipo “all’oceano non importa un cazzo perché sta morendo pure lui”. Chiaro? Se la risposta è no, non vi preoccupate eccessivamente: il sesto lavoro della formazione canadese è quanto di più inintelligibile esista. Tra le band seminali in ambito post rock, i Nostri continuano sul loro cammino nebuloso fatto di strumentali in crescendo, divisi in più parti. “Luciferian Towers” non è un viaggio per tutti, soprattutto se avete paura di perdervi nelle sue lande nebbiose dove il senso comune è del tutto inutile.

Cannibal Corpse – Red Before Black
Parliamoci chiaro: i Cannibal Corpse sono gli unici, in una determinata branca del death metal, a potersi permettere di non evolvere. Sono uno standard, un modello intoccabile. Arrivati al quattordicesimo (!!!) full-length, Fisher e soci continuano a indulgere di tanto in tanto sulla via del thrash (“Firestorm Vengeance”), unica concessione alla “novità” che la formazione statunitense si permette da qualche tempo a questa parte. Ma il conforto della familiarità si paga con un’eccessiva omogeneità, pecca che (forse) possiamo perdonare solo ed esclusivamente perché stiamo parlando dei Cannibal Corpse.

Winds of Plague – Blood Of My Enemy
Il canto del guerriero assetato di sangue del nemico. Ecco un brevissimo riassunto di “Blood Of My Enemy” (ma dai), quinto lavoro dei Winds of Plague. I Nostri ci incitano alla battaglia con il loro deathcore dal sentore barocco, arricchito di elementi sinfonici, ma talvolta addolcito da voci femminili (vedi la titletrack). Insomma, di varietà ne abbiamo parecchia, energia anche, e pur essendo tutto già sentito, “Blood Of My Enemy” è un buon dischetto, ideale per trovare stimoli quando ci si sente giù di corda.

All Pigs Must Die – Hostage Animal
Basta il titolo, o la copertina (o addirittura entrambi) per capire che gli All Pigs Must Die non la mandano di certo a dire a nessuno, sputando fuori veleno e cattiveria senza troppi giri di parole, ma con un disco hardcore (forse è più appropriato parlare di blackened hardcore per “Hostage Animal”) che tritura il cervello dall’inizio fino alla fine. Il mondo fa schifo, l’umanità ancora di più e lo sappiamo tutti molto bene. Un antidoto può essere sparare questo album a tutto volume fino allo stordimento.

Like Moths To Flames – Dark Divine
Nati nel 2010 dalle ceneri di Emarosa e TerraFirma, i Like Moths To Flames fanno ritorno sulle scene con il loro quarto full-length, “Dark Divine”. Il disco, mixato da Caleb Shomo dei Beartooth (e si sente) è un lavoro melodic metalcore nella media, fatto di ritornelli catchy e tanti breakdown. Ma i Nostri, forse senza rendersene conto, commettono un errore madornale: i pezzi più forti, a partire da “Empty the Same”, sono nella seconda metà dell’album, scelta azzardata in un’epoca in cui è l’ascolto mordi e fuggi a farla da padrone.

Ne Obliviscaris – Urn
Un po’ troppo freddi e ripetitivi per essere memorabili (seppur interessanti), gli australiani Ne Obliviscaris continuano a proporre con questo “Urn” (terzo lavoro in carriera) ciò che agli esordi aveva fatto la loro fortuna: death e black metal, intrecci tra growl e clean vocals, fascinazioni prog e violini a go-go. Formula vincente non si cambia, è vero, ma da musicisti come i Nontiscordardimè (che forse live rendono ancora meglio che su disco) ci aspettiamo qualche guizzo in più che ad oggi, purtroppo manca.

Hollywood Undead – Five
“Five”, il quinto album dei losangelini mascherati, denota poca fantasia fin dal titolo. La minestra riscaldata a base di metal e hip hop ha iniziato a far vedere la corda già da un bel po’, e a poco serve un featuring del leggendario B-Real (“Black Cadillac”) per dare la svolta a un lavoro che non ha davvero nulla da aggiungere alla discografia dei Nostri. Se poi aggiungiamo che a volte gli Hollywood Undead riescono a risultare pure terribilmente zuccherosi (“Broken Record”), credendoci anche di brutto, mi sento di consigliarvi di passare oltre senza troppi rimpianti.

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