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The Heavy Countdown #119: Dance Gavin Dance, Trivium, Danzig

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Dance Gavin Dance – Afterburner
Un paio di anni fa, all’uscita di “Artificial Selection”, parlavamo di stato dell’arte per i Dance Gavin Dance. Quindi, che cosa avrebbero potuto mai fare di più Tilian Pearson e i suoi? Niente. Ma attenzione, perché “Afterburner” è esattamente il disco dei Dance Gavin Dance di cui avevamo bisogno. Oltre a confermarsi i maestri assoluti della tecnica asservita al divertimento (“Lyrics Lie” e “Calentamiento Global”) e a smentire chi (come me del resto) pensi che ormai le virate heavy e gli unclean vocals siano di troppo (vedi i plot twist improvvisi di “Born To Fail”), l’ultimo dei DGD prova quanto ormai le fondamenta del nuovo “swancore”, quelle più pop, siano estremamente solide (cito solo “Prisoner”, “Strawberry’s Wake” e l’elettronica imperante di “Into the Sunset”, ma in realtà la maggior parte dei pezzi di “Afterburner” sono esemplari).

Katatonia – City Burials
Subito dopo la pubblicazione del primo singolo estratto da “City Burials”, ovvero “Lacquer”, sono stati in molti a vedere nei Katatonia una trasformazione alla Ulver degli ultimi anni. Ma più che all’elettronica concettuale e “danzereccia” dei vecchi lupi norvegesi, la nuova fatica di Jonas Renkse e soci piuttosto strizza l’occhio alla più recente incarnazione dei Leprous (eccezion fatta per la magniloquenza orchestrale di “Pitfalls”), declinando le atmosfere evocative e progressive di quella gemma che era “The Fall of Hearts” (2016) attraverso uno spirito più moderno (“The Winter of Our Passing”) , ma con la sorpresa di una parziale riscoperta del passato remoto dei Nostri (prendete l’incalzante chiusura di “Rein”).

Trivium – What the Dead Men Say
Come gli altri protagonisti di questo numero della Heavy Countdown, anche i Trivium hanno deciso che, nonostante la terribile situazione attuale, o forse proprio a causa di questa, i fan avessero comunque bisogno di materiale nuovo per sopravvivere al vuoto spesso intollerabile di queste giornate sospese. E “What the Dead Men Say” non solo è un disco godibilissimo, ma proseguendo sulla strada di “The Sin and the Sentence”, lascia intendere quanto Heafy e compagni abbiano conquistato, alla chiusura di quel cerchio di cui si parlava per il lavoro del 2017, un equilibrio tra epicità della precedente produzione e soluzioni estremamente catchy, in bilico tra passato e presente (e qui vi dico solo “Catastrophist” e “The Defiant”), ma con una ritrovata consapevolezza.

Elder – Omens
Altro highlight di questo mese di aprile carico (per fortuna) di uscite discografiche che il coronavirus non ha fermato sono gli Elder con il loro splendido “Omens”. Nel 2017 “Reflections of a Floating World” ci aveva lasciato a bocca aperta, e se pensare che i Nostri potessero replicare il successo del precedente sforzo era molto difficile, immaginare che potessero addirittura superare l’opera di tre anni fa era quantomeno impossibile. E invece, gli Elder evolvono la propria proposta progressive doom/stoner in qualcosa di più, avvalendosi di un potere melodico che vince la complessità, senza eclissarla (un brano come “Halcyon” può benissimo finire nella playlist di qualunque profano del genere).

Danzig – Danzig Sings Elvis
Quando esce un nuovo album di Danzig è sempre bello buttarsi a capofitto nei commenti sui social. Per citarne uno, c’è chi ha definito l’ex Misfits e il suo nuovo progetto una “bad wedding band”, ma opinioni più o meno spiritose e risate facili a parte, considerando il ruolo che il cantante ha svolto a suo tempo, “Danzig Sings Elvis” ha un significato e una coerenza molto forti. Pensate che gli omaggi a Elvis risalgono minimo ai tempi di “Danzig II: Lucifuge” (“I’m the One” e “Killer Wolf”) e che per come il suo alter ego dark è messo oggi a livello vocale, il tanto atteso disco di cover di successi del Re del Rock and Roll è un qualcosa che seppur non andrà a sballare chissà quali equilibri, si lascia ascoltare e ri-ascoltare più che volentieri, con tanto di lacrimuccia malinconica.

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