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The Heavy Countdown #63: Dead Letter Circus, Aborted, Deicide, Voivod

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Dead Letter Circus – Dead Letter Circus
L’omonimo e quinto disco dei Dead Letter Circus si pone con prepotenza tra le release più interessanti dell’ultimo mese. Il progressive rock proposto dalla formazione si evolve all’interno di “Dead Letter Circus” introducendo un mood molto positivo e tutto sommato upbeat. Almeno fino a due terzi dell’opera, che a partire da “Heartline” inizia a sviluppare un filone più riflessivo e imprevedibile, che va a culminare con la conclusiva “Home”. Un approccio fresco, apprezzabile anche per chi non ama particolarmente il prog rock.

Aborted – TerrorVision
Ah, gli Aborted. Ogni full-length della band belga è una gioia per le orecchie esattamente come il precedente. Al lavoro numero dieci, i Nostri tornano alla ribalta con la consueta violenza gratuita a palate, degna dei peggio b-movies e parimenti offensiva. “TerrorVision” è un concept sui media contemporanei e su quanto siano studiati apposta per fotterci il cervello, narrato a botte di death metal e grindcore, da sempre trademark degli Aborted, così come gli abominevoli artwork firmati Par Olofsson, garanzia assoluta per gli amanti dell’orrido.

Thrice – Palms
I Thrice sono una garanzia, punto. Ritornati ai fasti di un tempo con “To Be Everywhere Is To Be Nowhere” (2016), i Nostri oggi viaggiano con il pilota automatico. Infatti “Palms” prosegue nella stessa direzione del precedente album, con le sue atmosfere multisfaccettate e quei testi pregni di significato, da sempre fiore all’occhiello dei Thrice. Un lavoro che non aggiunge nulla di nuovo alla vasta produzione della formazione, ma che può essere letto come disco di transizione verso un ipotetico cambio di direzione futuro.

Low – Double Negative
A volte, anche quando non ci sono riff killer e blast beat, capita di imbattersi in qualcosa di “heavy”, ovviamente da intendere in senso lato. I Low con “Double Negative” agiscono sulla psiche degli ascoltatori come una sostanza stupefacente, in grado di farti volare e di gettarti appena due secondi dopo nell’abisso. Dopo venticinque anni di carriera e dodici album, il trio paladino dello slowcore quindi ha ancora molto da dire, a suon di industrial, elettronica e dubsteb, coadiuvati da distorsioni, voci aliene e riverberate e da brani che più che canzoni vere e proprie, sono un’idea scomposta ed evanescente delle canzoni stesse. Per palati fini.

Deicide – Overtures of Blasphemy
C’è chi sostiene che “Overtures of Blasphemy” sia il miglior disco dei Deicide da “The Stench of Redemption” (2006), e in effetti, una cosa è certa: l’ultimo lavoro di Glen Benton e soci fa centro, lasciandosi definitivamente alle spalle il ricordo di qualche produzione non esattamente all’altezza. La più recente fatica dei Nostri infatti, per blasfemia, riffoni e violenza è quanto di più simile esista al sound dei momenti migliori dei Deicide. Un’uscita imprescindibile per gli amanti della band di Benton e del death metal in generale.

Voivod – The Wake
Un quattordicesimo lavoro solido come una roccia quello dei Voivod. “The Wake” è un ottimo esempio di cinematic progressive metal, una stratificazione di universi paralleli in cui è facilissimo finire risucchiati. Oppure un maelstrom, per rimanere in tema con il concept dell’album, che narra l’estinzione del genere umano ad opera di una misteriosa e potentissima forza sottomarina, in un clima generale di minaccia costante. “The Wake” è la dimostrazione che anche dopo decenni di carriera si possono sfornare dischi degni di nota.

Fit For a King – Dark Skies
I Fit For a King si sono fatti notare fin dal loro esordio nel non troppo lontano 2013. Dopo quattro full-length, oggi è il turno di “Dark Skies”, un album di luci e ombre. Tra le prime, di sicuro c’è l’orecchio per la melodia, da sempre una caratteristica distintiva della band, e una nota positiva che di certo contribuisce a sollevare la situazione dal marasma di molto metalcore contemporaneo (vedi la super catchy “The Price of Agony”). Tra le ombre invece alcuni momenti heavy ben oltre il limite del deathcore (“Shattered Glass”), troppo forzati e diciamolo, altrettanto banali.

Conan – Existential Void Guardian
Il trio made in UK paladino del “caveman battle doom” torna con un quarto full-length in cui, parafrasando l’etichetta che è stata appioppata ai Nostri, i cavernicoli continuano a lottare sulla viscosa e sulfurea colonna sonora del doom. Dopo una serie di pesanti cambi in line-up successivi alla pubblicazione del precedente disco, i Conan non sembrano perdere lo smalto, continuando con la loro consueta proposta venata di sludge. Un lavoro piacevole per chi ama i Conan e il loro sound, evitabilissimo per tutti gli altri.

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