The Heavy Countdown #58: Deafheaven, Immortal, Between the Buried and Me, Obscura

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Deafheaven – Ordinary Corrupt Human Love
I Deafheaven si sono da sempre collocati in un limbo che non piaceva né ai metallari, né agli amanti delle sonorità indie, ma che ha regalato fin dagli esordi grandi emozioni a chi non ragiona per compartimenti stagni. Oltre ad aver fatto scuola negli anni (vedi gli ottimi Astronoid e molte altre formazioni non necessariamente metal, come i Biffy Clyro), in “Ordinary Corrupt Human Love” i Nostri sublimano il loro essere “agnostici” musicalmente parlando con tocchi ambient, dream pop e shoegaze, ibridati alla violenza e al cantato velenoso tipico del black metal. Un altro album da inserire senza troppi ragionamenti nelle classifiche di fine anno.

Immortal – Northern Chaos Gods
Il nuovo disco degli Immortal è senza dubbio una delle migliori opere black metal ad essere passata nelle mie cuffie negli ultimi tempi. “Northern Chaos Gods”, il nono full-length della formazione norvegese, arriva dopo quasi dieci anni di inattività, oltre al problematico abbandono di Abbath e al ritorno in piene forze di Demonaz nella nuova veste di frontman. Ma piuttosto che essere appesantiti dalla ruggine, i nuovi Immortal propongono il proprio sound trademark con un rinnovato vigore. Se siete alla ricerca del rimedio contro l’afa estiva, “Northern Chaos Gods” è più gelido di qualsiasi condizionatore in commercio.

Between the Buried and Me – Automata II
È finalmente uscito il tanto atteso seguito di “Automata I” dei Between the Buried and Me (diciamo la verità, la scissione è stata voluta dalla nuova etichetta dei Nostri, per favorire una maggiore digeribilità dell’opera). Prosegue quindi il discorso iniziato con la prima parte, non solo per quanto riguarda l’intricato e interessante concept, ma anche in merito alla proposta dei BTBAM: con pezzi magniloquenti ed eclettici (prendete gli inserti folk/cabaret e ne avrete un assaggio) e un songwriting acuto e intelligente, la band statunitense è senza se e senza ma saldamente in vetta al progressive metal moderno, pronta a dettare legge per le prossime release del genere.

Obscura – Diluvium
Riprendendo le fila del precedente “Akróasis”, “Diluvium”, il quinto sigillo per gli Obscura, si basa sull’immediatezza di “Cosmogenesis” e sulle strutture intricate di “Omnivium”, indagando ancora più a fondo l’anima progressive, ma senza dimenticare la brutalità e l’accuratezza (introducendo anche qualche elemento sinfonico, come in “Ethereal Skies”). Una sintesi perfetta, che apre nuove e altrettanto interessanti strade non solo in una produzione già immensa, ma anche all’interno del technical/progressive death metal stesso.

Covet – Effloresce
I Covet arrivano dalla California, e non potrebbe essere diversamente. Infatti “Effloresce” è uno strumentale math rock solare, fresco e cristallino, terribilmente catchy e versatile e costruito su riff puliti e di presa immediata, allo stesso modo della parte ritmica (il primo paragone che mi viene in mente, sono ovviamente i Chon). Se siete alla ricerca di un ascolto da spiaggia, “Effloresce” fa al caso vostro. È perfetto da ascoltare sotto l’ombrellone, facendosi cullare dal movimento delle onde. Possibilmente lontano dal caos.

Chastity – Death Lust
Ho letto da qualche parte una definizione che si può benissimo appiccicare ai Chastity: “Deftones for Millennials”. Anche se, ascoltando per intero il debutto della band canadese, l’influenza di Moreno e soci, seppur vitale, è solo una delle tante. “Death Lust” infatti dipinge la vita di una periferia come molte altre con pennellate post-hardcore, indie e shoegaze, narrata dal frontman Brandon Williams come un viaggio dall’Inferno al Paradiso mica tanto figurato. Da ascoltare più volte per comprenderne le sfumature più nascoste.

Bury Tomorrow – Black Flame
Un ritorno molto atteso in ambito metalcore per questo anno già ricco di conferme e sorprese è senza ombra di dubbio quello dei Bury Tomorrow. La formazione capitanata dai fratelli Bates si è sempre distinta per le sue release molto pesanti (e per certi versi paragonabili ai Parkway Drive), ma questo full-length si assesta su toni molto più melodici rispetto al passato, fatto che va a inficiare sulla struttura dei pezzi, un po’ troppo simili l’uno all’altro. Ciò non toglie che “Black Flame” sia un lavoro godibilissimo, pur senza brillare di personalità.

Black Fast – Spectre of Ruin
Sono passati tre anni da “Terms Of Surrender”, disco con il quale i Black Fast avevano fatto drizzare le antenne a molti. Con “Spectre of Ruin” il modus operandi è sempre lo stesso, in un continuo bombardamento di assalti frontali nei quali, in qualche modo, si riesce a vedere distintamente una trama ben definita e stratificata. Per gli amanti del thrash tecnico e violentissimo, senza alcun compromesso (vedi alle voci Vektor e Warbringer), i Black Fast sono un boccone molto sfizioso da non lasciarsi scappare per alcun motivo.

DevilDriver – Outlaws ‘Til The End, Vol. 1
Per chi aspettava febbrilmente nuovo materiale firmato DevilDriver, la risposta parziale è “Outlaws ‘Til The End, Vol. 1”. Questo album infatti è una raccolta di cover di brani country riletti in chiave DD. Un genere che sembra lontano anni luce dalla proposta di Dez Fafara e soci, ma che, come dichiarato di recente dallo stesso frontman, ha sempre fatto presa su di lui in quanto alle basi del rock n’ roll. Nel lavoro compaiono anche una serie di ospiti, tra cui spiccano Randy Blythe dei Lamb Of God nella blackissima “Whiskey River” o addirittura il figlio di Johnny Cash, John Carter Cash in “Ghost Riders In The Sky”. Godibilissimo, pur non essendo essenziale.

Cold Snap – All Our Sins
Sappiamo già molto bene quanto il nu metal sia tornato di moda da un paio di anni almeno. I Cold Snap, giunti oggi al quarto full-length con “All Our Sins”, ne offrono un’ennesima dimostrazione. Per la band croata forse è meglio parlare di nu-metal(core) con tantissimo groove, e chiari rimandi agli Slipknot e ai Soulfly giusto per scomodare due nomi conosciuti a tutti. Che questo disco sia piacevole è un dato di fatto e l’ascolto fila liscio che è una meraviglia, ma per i revival vale lo stesso detto che recita “l’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza”. Figurati dopo tre anni o quasi.

Chelsea Grin – Eternal Nightmare
Praticamente dei Chelsea Grin sopravvive solo il nome. Dopo una serie di addii più o meno drammatici, della line-up originale non è rimasto più nessuno, ed è arrivato Tom Barber dei Lorna Shore a cercare di salvare la situazione. Di certo, il punto di forza di “Eternal Nightmare” è proprio il vocalist, ma l’album è un tipico lavoro dei Chelsea Grin, con il loro deathcore esasperato. Bisogna riconoscere ai Nostri una certa coerenza: pur con tutti i cambi in formazione, la band continua a non volersi nascondere dietro i cliché del genere, anzi. Il che, purtroppo, non è di certo un bene.

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