Depeche Mode – Spirit

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Quattordicesimo capitolo della lunghissima storia discografica dei Depeche Mode dal titolo “Spirit”, ennesimo passo di un cammino costellato di trionfi, morti e rinascite, innumerevoli maturazioni artistiche in un viaggio ad altissima quota  che ha sorpassato più generazioni di fan e che non accenna ad avere soste e ridimensionamenti.

Come non mai i Depeche immortalano lo spirito del tempo nel quale il disco è nato e si esprime, ancorati con i piedi a terra alle situazioni e alle sfumature di un mondo che gira impazzito al suo asse indisponendo quelli che ancora hanno l’intelligenza critica di capire che l’umanità sta vivendo un inceppamento del suo incedere evolutivo, un grigiore di ideali che ci rende sempre meno fieri di noi stessi.

Un nuovo produttore si incarica dell’incombenza di far suonare al meglio le infinite potenzialità del gruppo e James Ford esegue il compito al meglio, rendendo “Spirit” il disco dei Depeche Mode più profondo e sfaccettato dal punto di vista sonoro. È un mondo a sé l’ascolto della miriade di suoni sovrapposti che si rincorrono e sostituiscono e danno una profondità eccezionale, dagli slide della chitarra elettrica di Martin Gore ai variopinti tocchi di sintetizzatore che danno l’impronta dei pezzi, dall’incedere ossessivo alle atmosfere più avvolgenti e calde.

“Spirit” inizia con un trittico di canzoni legate dal medesimo intento, quello di accusare tramite lo strumento della bellezza. Dave Gahan ci canta in faccia senza mezzi termini la nostra apatia nei confronti di tutto quello che è sbagliato nel mondo. I Depeche non se la prendono con la natura, o con i sentimenti come un tempo. Dave ce l’ha con noi, rei di accettare i soprusi dei potenti passivamente. Parte con un risentimento generale nei confronti dell’umanità con la stupenda “Going Backwards”, (i fan più puntigliosi potrebbero appuntare qualche assonanza di troppo con “In Chains” in “Sound Of The Universe”) con accuse che sono come macigni, di regredire invece che evolverci. Di avere perduto la nostra anima e averlo fatto coscientemente nel nome di un lascivo quieto vivere come quello che accompagna la vita dei buoi verso il macello.

Grida al cielo dal pulpito la sua domanda “Where’s The Revolution”, e con un gesto di negazione delusa ci dice che lo stiamo deludendo. È aperto disappunto quello che traspare in “Spirit”, e il coraggio dei Depeche è quello di non essere accondiscendente con il suo pubblico ma, forse per la prima volta, di trattarlo come pari dopo tanti anni di confidenze e segreti rivelati, dichiarazioni musicali lascive, complicità quasi fisica tra musicista e ascoltatore. Ma ora è il momento della sincerità da chi non vuole ingannare, una dimostrazione di fiducia e rispetto del gruppo nei confronti dei suoi fan, che accusa anche in “ The Worst Crime” di stare perpetuando un delitto verso se stessi sbagliando percorso, sbagliando la scelta degli esempi da seguire.

Per non dimenticare che i Depeche Mode rimangono pur sempre uno dei gruppi più sexy della nostra generazione,  con “Scum” e soprattutto “You Move” pungono le corde della tensione attrattiva con ritmi incalzanti e tenebrosi, da club.
Con “Cover Me” è evidente l’apporto del produttore Ford con la creazione di un manto sonoro etereo e melodicamente bellissimo, da colonna sonora (la linea di basso ricorda molto il tema della serie Netflix di successo “Stranger Things”), dove Dave Gahan dimostra di aver fatto tesoro della sua esperienza con i Soulsavers e dei bellissimi album con loro prodotti “The Light The Dead See” del 2012 e “Angels & Ghosts” del 2015. Le linee vocali in questa bellissima “Cover Me” ma non solo, anche nella già citata “The Worst Crime” come   “Poison Heart” rimandano in maniera diretta allo stile cantato crooner, così lento e sentimentale, ricco di passione e votato ad atmosfere passate e ingessate, calde e fumose.

“So Much Love”,  “Poorman” e “No More” sono in una continuità stilistica con quel “Delta Machine” così sperimentale che alla luce di questo nuovo capitolo discografico è da rivalutare per importanza all’interno del loro percorso. Alla ricerca di nuovi suoni, tralasciando per una volta l’imperativo di incasellare e collezionare classici radiofonici con i quali sedare la fame dei propri fan.

Questo “Spirit” è fresco e nuovo, come da sempre ci hanno abituato i Depeche Mode a non adagiarsi mai e a maturare in continuazione. Anche le canzoni condotte da Martin Gore alla voce “Eternal” e la finale “Fail”  sono come sempre passionali e profonde, con la sfacciata sincerità sentimentale che ha sempre caratterizzato le spiazzanti performance del biondo cuore artistico della band. Ma anche qui in linea con il resto dell’album non c’è niente di facile e immediato, e trovare qualcosa che risulti a suo agio in una rotazione radiofonica è difficile.

In questa fase della loro carriera i Depeche Mode accantonano la loro capacità sovrannaturale di arricchire di pezzi pop generazionali le playlist delle nostre vite, come ai tempi di “Enjoy The Silence” o più recentemente con “Precious” o “Broken”, concentrandosi sul lato artistico compositivo che anche loro hanno bisogno di nutrire. Per rimanere vivi, per continuare a stupire.

“Spirit” è un album intriso di bellezza dove la produzione è a livelli mai raggiunti prima e dove i Depeche Mode snobbano per una volta il loro greatest hits per fare musica da grandi, per chi ha veramente voglia di ascoltarli e sentire quello che hanno da dire.

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