Don Broco – Technology

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State of the art”. No, non sono impazzita, ma è la prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando il tanto atteso terzo disco dei Don Broco. Per chi non masticasse l’inglese, mi riferisco “all’avanguardia assoluta”. E infatti, la band britannica è il top del suo genere, che sarebbe l’alternative rock contemporaneo.

Avevamo già annusato questo fatto nei mesi precedenti all’uscita di “Technology”, grazie al diluvio di singoli pressoché perfetti che i Nostri hanno periodicamente rilasciato, accompagnati tutti da video uno più geniale dell’altro, splatter, dissacranti, ironici e divertenti, esattamente come le lyrics che Rob Damiani e soci ci propongono con la loro ultima fatica. E i Don Broco sono anche dei gran furbetti, nel senso positivo del termine. Infatti piazzano i cinque titoli già noti all’inizio del disco, strizzando l’occhio all’ascoltatore medio, che difficilmente rimarrà con gli auricolari incollati fino all’ultimo secondo di running time.

E, manco a dirlo, sono proprio pezzi come la title track, o “Pretty”, o “T-Shirt Song” a trainare “Technology”. Tanto ritmo, giri di basso degni del miglior Flea, cow bell e carisma da vendere, ecco che cosa fa la fortuna dell’opera numero tre dei ragazzi di Bedford, andando a cementare un sound che diventa molto più caratterizzante e personale rispetto al già ottimo “Automatic” (2015).

Ma il bello dei Nostri, come se non bastasse quanto già esposto, è che riescono a rendere proprie le influenze più disparate senza forzature. Prendete “Stay Ignorant”, che miscela synth anni ’80, con reminiscenze hip hop, per poi esplodere nel chorus alternative perfetto. O “T-Shirt Song”, che nel ritornello riesce a resuscitare lo spirito emo anche nel 2018. Oppure ancora “Pretty”, dove ritornano le tastierone Eighties insieme alle chitarre forse più incalzanti del disco, o “Blood In the Water”, in cui ci sono addirittura eco djent.

Ma avranno anche dei difetti i Don Broco? Sì, per lo meno un paio. Il primo, è imputabile alla durata del disco, un po’ eccessiva, dato che alcuni brani centrali ripetono troppo insistentemente la trama intessuta dai primi pezzi, diluendola più del dovuto. Il secondo, sta in “Got To Be You”, ballad più che evitabile, con tanto di forzatissimo omaggio agli U2 di “Where the Streets Have No Name”.

Nonostante questo, “Technology” rimane un disco solido che rispecchia molto bene un certo sound contemporaneo di cui, ormai, i Don Broco sono tra gli esponenti più brillanti. “State of the art”, come si diceva in apertura.

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