Jay Z Magna Carta Holy Grail

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Per una parte della redazione di Outune Jay Z è più o meno un idolo, un eroe, un’ispirazione. Perché, diciamola tutta, non c’è persona che in questi anni incarni nel modo migliore il senso della parola Attitude. Partito come ragazzo ribelle e spacciatore ha fatto, più o meno in ordine cronologico, queste cose: assaggiato il successo, rischiato la galera per aver accoltellato un rivale, si è ritirato una prima volta all’apice della carriera (aveva appena pubblicato Blueprint), diretto la Def Jam Records, è tornato in grandissimo stile, sposato la donna dei sogni di molti abitanti del pianeta Terra (Beyoncé “Dat Ass” Knowles), scritto un inno per la Grande Mela capace di spodestare una New York New York nell’immaginario collettivo (Empire State Of Mind con Alicia Keys), ha voluto ribadire che gli Alphaville suonano meglio proposti da altri (Young Forever), pubblicato con Kanye West uno dei dischi del genere più acclamati degli ultimi anni, suonato con i Pearl Jam la migliore cover di 99 Problems possibile ed è riuscito a mobilitare il web tutto per togliere il trattino dal suo nome. Come se non bastasse, per lanciare questo Magna Carta Holy Grail ha 1. scelto il 4 luglio 2013 per la data di lancio 2. pubblicato la copertina del disco a fianco ad una delle quattro originali Magna Charta Libertatum. Può bastare?

Da una persona che, forte del suo brand, potrebbe pubblicare un disco di peti che comunque riuscirebbe a vendere vagonate di copie al day one (al massimo gli utenti di cellulari Samsung Galaxy se lo trovano sul cellulare aggratis, true story), stupisce il fatto che Jay Z comunque si diverta a curare un prodotto formalmente inattaccabile che, pur non garantendo sprazzi di genio, fa divertire per i quasi 60 minuti di durata. Accompagnato da Timbaland in cabina di regia per buona parte dei pezzi, Magna Carta Holy Grail presenta le sue sfumature di produttore affermato e rapper di grido, tra i più grossi della sua generazione. Nel primo caso, il talento salta fuori nella scelta delle collaborazioni e dei campionamenti. Tutti i featuring ufficiali presenti escono dall’ascolto a pieni voti (con una leggera preferenza per il brano di apertura, Holy Grail con Justin Timberlake, rispetto a quelli con Rick Ross, Beyoncé e quel talento incredibile di Frank Ocean); per i campionamenti, invece, troviamo nomi più moderni come M.I.A. (Bad Girls), ma anche vere e proprie leggende della storia della musica come Notorius B.I.G. (My Downfall) e i due colpi bassi chiamati R.E.M. e Nirvana, che vengono citati rispettivamente con Losing My Religion e Smells Like Teen Spirit. Due pezzi da niente, una scelta coraggiosa e riuscita, perché i due brani calzano a pennello su Heaven e nella già citata Holy Grail. Come rapper è invece la solita certezza di qualità almeno medio alta: ascoltare canzoni come Tom Ford, Somewhereinamerica e il circo BBC per capire che il ragazzo ci sa fare.

Certo, aspettarsi un nuovo Blueprint da Jay Z nel 2013 è cosa dura. E, bisogna ammetterlo, oggi il tycoon del rap rende più dietro la cabina di regia e con la voce a piccole dosi che in un disco completamente sulle sue spalle. Ma ben vengano dischi come Magna Carta Holy Grail: anche se a sentire album come questi ad un certo Chuck D fischiano le orecchie, i lavori di Jay Z sono al momento i migliori esempi di un rap che ormai ha abbandonato la sua natura di genere di attivismo sociale ed è diventato puro business.

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