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The Heavy Countdown #11: Evergrey, Devin Townsend, Pain, The Dear Hunter

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1
Evergrey – The Storm Within
Gli Evergrey non si smentiscono dando alle stampe un disco intenso, malinconico, ma al tempo stesso potente ed energico. “The StormWithin” è un album costruito sui contrasti, rappresentati dalla rilassata “The Impossible” e dalla successiva e più burrascosa “My Allied Ocean”. Ma anche da una buona presenza della controparte femminile di Tom S. Englund, incarnata da nientepopodimeno che Floor Jansen in “In Orbit” e da Carina, la moglie del vocalist, in “The Paradox Of The Flame”. Insomma, ottimo prog-power che non deluderà gli aficionados.

2
Light The Fire – Ascension
L’electronic post-hardcore gode di ottima salute, e lo dimostrano i Light the Fire con “Ascension”. C’è di buono che l’elettronica nell’ultimo parto dei texani non è per nulla invadente, e si miscela alla grande con breakdown, riff zarri e refrain straorecchiabili. I Nostri riescono anche a giocare con il pop con gusto ed efficacia, tirando fuori un paio di pezzi (“Entity” e “Not The Only One”) che non vi abbandoneranno troppo rapidamente. “Ascension” è una roba per cui chi è avvezzo al genere stripperà di brutto, rammaricandosi solo per la durata complessiva troppo stringata, mentre chi lo è decisamente meno avrà seri problemi di digestione.

3
Devin Townsend Project – Transcendence
Ennesimo tassello nella (oramai) sterminata discografia dell’ex Strapping Young Lad. Le sonorità sono talvolta ai limiti del pop-ambient, in mezzo a riff innaffiati da tonnellate di corettoni quasi space-rock. La matrice progressive si esalta in composizioni come Higher (probabilmente l’unico vero punto di contatto con un approccio heavy del tempo che fu), mentre quando aumenta la velocità (Offer Your Light), non si deraglia mai grazie a melodie coinvolgenti anche se già sentite migliaia di volte dal Project. Poco altro da aggiungere, se non che Townsend ha oramai credibilità tale da rendere giustificabili anche troppe ripetizioni e amalgama sonori sinfonici e ridondanti. Noi lo preferivamo ai tempi di Detox chiaramente, ma dopotutto sarebbe ingiusto criticare un (ennesimo) disco ben fatto e ricco di brani piacevoli e affatto scontati. (j.c.)

https://www.youtube.com/watch?v=14U9MOz3oFk

4
The Dear Hunter – Act V: Hymns with the Devil in Confessional
È impossibile capire e apprezzare al meglio Casey Crescenzo senza ascoltare il resto della discografia dei The Dear Hunter. Tuttavia il pregio del polistrumentista è quello di aver creato una proposta che non può far altro che colpire gli amanti del progressive classico grazie a un talento spaventosamente naturale. Il quinto Atto della band del Rhode Island è complesso ed eclettico come da buona tradizione. Ma non mancano gli episodi più radiofonici e accessibili anche a chi di progressive mastica poco (“Gloria”).

5
Bad Omens – Bad Omens
I Bad Omens sono la tipica band da Sumerian Records: sound e look curatissimi e sbarazzini. Insomma, sono dei fighi e ci stanno dentro di brutto. Ma come tutti i modaioli (che non riescono o non vogliono assurgere al ruolo di trendsetter), sono parecchio derivativi. Per avere un’idea di cosa troverete dentro l’omonimo debutto della band losangelina, datevi una ripassata a “Sempiternal” dei Bring Me The Horizon (e guardatevi anche qualche foto promozionale della band, il vocalist Noah Sebastian è il clone di Oli Sykes). Ma nonostante non sconvolgerà l’esistenza di nessuno, il debutto dei BO la sua nicchia se la farà, pur cavalcando l’onda del successo di qualcun altro. il singolone “Glass Houses” è piazzato in pole position per farci assaggiare le indubbie qualità dei Nostri, che quando devono pestare, lo fanno di brutto. L’altra faccia della medaglia (quella più morbida e introspettiva) sono le ballad “Enough, Enough Now” e “Crawl”, che riescono bene allo stesso modo delle incazzature più nere.

6
Burn After Me – Aeon
Concept ambizioso per i Burn After Me di Arona, che rileggono La Divina Commedia in chiave moderna piegandola ai voleri di un metalcore che non disdegna incursioni in territori deathcore e progcore. Benché la proposta dei Nostri non sia esattamente innovativa, è innegabile che il gruppo possieda buonissime qualità esecutive. La band ha sicuramente le potenzialità per crescere ulteriormente nel prossimo futuro. (j.c.)

7
Pain – Coming Home
Anni fa nessuno avrebbe mai dato così tanta vita a quello che era un semplice side project. Da quando uscì Shut Your Mouth (woooh-oooh) però, qualcosa è cambiato per i Pain. Tagtgren intanto ha capito che avrebbe forse potuto allargare la propria schiera, fatta fino a quel momento di pochi deathster minacciosi o ciccioni all’occorrenza. Oggi i Pain pubblicano l’ottavo (ot-ta-vo!!) disco, continuando a mischiare elettronica tamarrona, riffonazzi banali, orchestrazioni ai limiti del symphonic e hanno pure il figlio di Peter dietro le pelli. Insomma, una cosa for fun che aumenta la discografia dell’ex Hypocrisy. Innocuo e magari anche simpatico se preso a piccole dosi. (j.c.)

8
Any Given Day – Everlasting
Metalcore dei più classici per gli AGD, quintetto tedesco da poco fresco di stampa con questo “Everlasting”: ritornelli orecchiabili, breakdown a profusione, bassi e chitarre belle grasse. E singer grosso. Molto. Ma più di questo, se escludiamo un’ospitata di Matt Heafy nel singolo “Arise”, non c’è. Sicuramente un lavoro piacevole, che i fan dei Killswitch Engage apprezzeranno molto. Ma giusto loro.

9
To the Rats and Wolves – Dethroned
Se fai electronicore (o trancecore) e sei tedesco il paragone con i We Butter The Bread With Butter è scontato come il sorgere del sole. Ma ai To the Rats and Wolves manca quell’originalità che rende i WBTBWB per lo meno divertenti. E le incursioni nel pop di certo non aiutano “Dethroned” a rimanere nella storia (“Love at First Bite” fa accapponare la pelle, e non sono una fan della saga di Twilight). Se avete quindici anni e vi siete rotti di Skrillex e soci i To the Rats and Wolves vi faranno sentire fighissimi. Ma ai più grandicelli consiglio di non avvicinarsi neanche.

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