The Heavy Countdown #28: Full Of Hell, Slaughter To Prevail, He Is Legend, All That Remains

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Full Of Hell – Trumpeting Ecstasy
Abbiamo già avuto modo di apprezzare sublimi attacchi d’ansia causati dai Full Of Hell in seguito all’ascolto dei loro split risalenti al 2016, in particolar modo l’angosciante “One Day You Will Ache Like I Ache” in compagnia dei The Body. Oggi, finalmente, il quartetto grind/noise statunitense dice la sua in totale autonomia, e lo fa da dio. 23 minuti di una ferocia inaudita, che trovano una degna e straniante conclusione nell’unico mid-tempo del disco, “At The Cauldron’s Bottom”.

Shadow Of Intent – Reclaimer
Incredibile pensare che dietro al symphonic deathcore (aka casino infernale) degli Shadow Of Intent si celi solo un duo. Ma è così. La seconda prova in studio di Chris Wiseman e Ben Duerr poggia saldamente sulla componente orchestrale, ma il growl disumano, i riff potenti e il martellare della batteria sono dettagli tutt’altro che trascurabili. E ovviamente, vogliamo mettere una componente blackened tanto di moda di questi tempi (vedi Carnifex e Lorna Shore)?

Slaughter To Prevail – Misery Sermon
Strettamente legati agli Shadow of Intent (il vocalist Alex Shikolai fa la sua comparsata nel nuovo disco dei colleghi) i russi Slaughter to Prevail fanno ritorno con un carico pesante di malvagità e pessimismo. Lasciatevi obnubilare dal loro deathcore scuro (che più scuro non si può) e dalle ambientazioni doom. Un incubo senza fine.

Artificial Language – The Observer
Come trovare ottime e moderne intuizioni progressive senza risultare pedanti? Chiedetelo agli Artificial Language. In “The Observer”, la giovane formazione è strutturata e tecnicissima ma al tempo stesso terribilmente catchy grazie ai vocals memorabili del frontman Shay Lewis e a un uso costante di riff, uno più coinvolgente dell’altro. Un mix tra Muse, Between The Buried And Me, Good Tiger e direi anche Avenged Sevenfold, quando vogliono essere più aggressivi.

Prisoner – Beyond the Infinite
I Prisoner sono un ottimo antidoto all’angoscia. O la spinta definitiva verso il baratro. “Beyond the Infinite” è un debutto che convince per come riesce a mixare noise e hardcore in un marasma disturbante ed esplosivo. E come se non bastasse, per rendere il tutto ancora più sconcertante, i Nostri decidono di evocare qualche reminiscenza black metal. Da maneggiare con estrema cura.

Havukruunu – Kelle Surut Soi
Gli Havukruunu sono fuori dal tempo come una coppia di vichinghi in metropolitana. E mentre Darkthrone, Bathory e Mayhem ghignano compiaciuti dall’alto, il duo finlandese riesce a estrapolare qualcosa di personale da un genere largamente abusato, infondendogli un’epicità e una particolare spinta verso la melodia, dettata da una cura verso i propri strumenti (quasi) del tutto inedita, almeno all’interno della cerchia più violenta e nera del black metal.

God Dethroned – The World Ablaze
E’ un anno bello tosto il 2017 per il death metal. Sperimentazioni in ogni dove, act deathcore che si convertono all’old school, grandi ritorni e solide conferme da chi ha forgiato il genere nei Novanta. I God Dethroned hanno poco da dimostrare, non esagerano in “The World Ablaze” ma mettono comunque insieme un platter che farà la gioia dei nostalgici e degli amanti delle atmosfere guerreggianti tanto care ai Nostri (p.s.).

Kingdom of Giants – All the Hell You’ve Got To Spare
I Kingdom of Giants non lasciano nulla al caso. Tutto è estremamente curato in “All the Hell You’ve Got To Spare”, incluse le lyrics e la scelta dei featuring (dice qualcosa JT Cavey degli Erra?). Insomma, nell’ambito di quel metalcore non caciarone ma intelligente e un po’ nerd, i Nostri sanno benissimo come muoversi. Ma qualche difetto dovranno pur averlo (il fatto che sia tutto molto interessante ma già sentito, per esempio).

Hate – Tremendum
Decimo sigillo per i polacconi, alfieri di un death senza compromessi che vira pesantemente verso il black in questo “Tremendum”. L’ascolto di “Ghostforce” e “Walk Through Fire” potrà incanalarvi da subito sui binari percorsi da Adam Buszko e soci. Non per tutti. Ma non per questo da dimenticare. Anzi (p.s.).

He Is Legend – few
Gli He Is Legend sono una realtà ben consolidata, arrivata oggi alla quinta fatica in carriera. Cresciuti molto (e bene) dagli esordi di ormai un paio di decenni fa, la formazione del North Carolina naviga nelle acque burrascose di quell’hard rock grezzo e scuro, contaminato di sludge e southern rock. Un buon disco caldamente voluto (e finanziato in crowdfunding) dai fan. Ne è valsa la pena.

Incendiary – Thousand Mile Stare
Attiva dal 2007, la band originaria di Long Island è riuscita con il tempo a farsi un nome nel già sovraffollato e nostalgico panorama hardcore newyorchese. “Thousand Mile Stare”, pur senza dire nulla di nuovo, convince per la pacca e per la violenza diretta, impreziosita da qualche dettaglio velenosamente punk e da un pizzico di denuncia sociale che si sa, male non fa.

Bright End – Distance
“Distance”, il nuovo EP dei Bright End, quintetto nostrano attivo dal 2013, è un lavoro che rispecchia l’energia ruvida della band di estrazione post hardcore e che lascia intravedere delle buone potenzialità per il futuro. E poi, ai Nostri piace “sporcarsi” con melodie non scontate, oltre che prendere il coraggio a due mani e cantare in italiano (vedi “Dead Wings”).

All That Remains – Madness
Nel corso degli anni, gli All That Remains sono sempre stati al centro del mirino dei puristi per aver abbandonato il sound delle origini (anche lì, definirli metalcore può risultare allo stesso modo problematico) in favore di derive più commerciali e soft. Bene, anche l’ottavo disco dei cinque dei Massachusetts gioca con le melodie strappalacrime e i ritornelli facili (lo zampino del producer Howard Benson si sente sempre più) dando il contentino ai fan della prima ora con qualche manciata di brani più violenti.

Plugs of Apocalypse – Deeper Than Hell
“Deeper Than Hell” è una sorta di concept sulla depressione, riletta in chiave metalcore. Malinconica e disperata, la nuova fatica dei Plugs of Apocalypse mostra un uso preponderante dell’elettronica e si avvale del contributo di una vocalist femminile, che ammorbidisce a tratti le asprezze del sound e della tematica principale. Niente di nuovo sotto il sole, ma per ora possiamo accontentarci.

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