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The Heavy Countdown #127: Good Tiger, Fontaines D.C., In Hearts Wake

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Good Tiger – Raised in a Doomsday Cult
I Good Tiger hanno dimostrato, già dal precedente “We Will All Be Gone” (2018) di essere molto di più di un gruppo di ex illustri, rimanendo però purtroppo e immeritatamente all’ombra di realtà più grosse e più consolidate, se non altro da un punto di vista anagrafico. “Raised in a Doomsday Cult” è l’occasione definitiva per i Nostri di prendere e spiccare il volo, cosa che Elliot Coleman e sodali non si lasciano assolutamente scappare. Indagando più a fondo la natura prog-mathcore e affidandosi alle smussature pop dell’incredibile voce del frontman, la Tigre Buona fa ancora una volta onore al proprio nome dimostrando come si possa essere delicati come una carezza (“1252”), energici come una bevanda vitaminizzata (“Ghost Vomit”), leggeri come la brezza estiva (“Grow.Smile.Accept”), facendo mostra, mai vana o fine a se stessa, di doti naturali che pochi altri, e che ancora meno sanno come valorizzare. Se tutto questo non vi basta, date un ascolto a “Redshift” e piangete, soprattutto se riuscite a cogliere le vibrazioni alla Cure di questo brano.

Fontaines D.C. – A Hero’s Death
Non ci aspettavamo che i Fontaines D.C. dessero alle stampe tanto presto il seguito di “Dogrel” (2019), ma ogni tanto, succede anche qualcosa di positivo. Voi vi chiederete, ma che c’entrano i Fontaines D.C. con la Heavy Countdown? Vero, di growl, screaming, blast beat e breakdown qui non ne troverete, ma proprio come l’illustre predecessore, “A Hero’s Death” è pesante e asfissiante allo stesso modo. Non c’è spazio per l’ottimismo in questo lavoro (ascoltate “Sunny” per dire, un pezzo che è tutto tranne che luminoso e arioso), e le atmosfere post-punk e alternative vintage che hanno fatto conoscere Grian Chattan e soci a un pubblico insperabilmente numeroso (in Italia vantano qualche fan famoso, come un certo Manuel Agnelli) continuano a spennellare di grigio e di nero storie di vita vissuta, che oggi come non mai, si addicono alle esistenze un po’ di chiunque.

Misery Signals – Ultraviolet
Ci sono voluti sette anni di pausa per concepire questo “Ultraviolet”, il ritorno a sorpresa e una fortissima presa di posizione di un combo, i Misery Signals, che sembravano ormai essere scomparsi dal radar da parecchio tempo. Per fortuna non è così, e il quarto disco dei Nostri viaggia in bilico tra metalcore e post-hardcore, crogiolandosi nelle melodie quel che basta, senza mai perderci in aggressione frontale. La nuova fatica dei MS è però anche un’opera molto nostalgica, atmosferica ed evocativa, tinta da tenui nuance post rock (“Redemption Key”). Ed è proprio qui che risiede la vera forza dei “nuovi” Misery Signals, tanto potenti da risultare ancora rilevanti nonostante lo iato e le mode che passano (e la conclusiva “Some Dreams”, posizionata strategicamente a summa di “Ultraviolet”, è lì a dimostracelo).

In Hearts Wake – Kaliyuga
Ci dev’essere qualcosa di speciale nell’aria di Byron Bay, in Australia. Una sorta di germe, o di mutazione genetica, che fa sì che le band della zona suonino per la stragrande maggioranza metalcore, e che lo facciano con un discreto successo globale. Gli In Hearts Wake sono in ottima compagnia (pensiamo solo ai concittadini Parkway Drive) e arrivati al quinto full length in studio, sentono di potersi tranquillamente accomodare sugli allori. Una mossa sensata, per carità, ma che in un mondo in continuo fermento come quello del -core rischia di travolgerti. Infatti “Kaliyuga” è un album gradevolissimo, tamarro al punto giusto (vi bastino solo “Son of a Witch” e “Timebomb”) ma troppo ancorato al passato.

Imperial Triumphant – Alphaville
Il trio newyorchese, esaltato dalla stampa estera come una delle realtà più innovative dell’avantgarde metal, sforna questo “Alphaville”, un lavoro che fa sicuramente sfoggio di idee, ma che non riesce nell’intento di tradurle in qualcosa di appetibile e alla fine dei conti, concreto. L’estetica alla Metropolis della copertina e il retrofuturismo tanto caro alla formazione si rispecchiano nel sound, una commistione tra free jazz e black metal. Pianoforte, sassofono, improvvisazioni di ogni tipo, spesso e volentieri casuali (vedi “Transmission To Mercury”), che non riescono ad amalgamarsi con il background estremo. Peccato, perché non sarebbe impossibile (i White Ward, per fare un esempio, ci riescono benissimo).

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