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The Heavy Countdown #126: Haken, Sharptooth, If I Were You

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Haken – Virus
Parlare di anno d’oro per il 2020 è se non altro poco verosimile, ma almeno per quanto riguarda il progressive metal, non possiamo di certo lamentarci. I Caligula’s Horse difatti ci hanno regalato una nuova fatica, a breve lo faranno i Pain of Salvation, e in questi giorni ci stiamo gustando la ricchissima portata degli Haken. Il sesto album dei britannici, (nomen omen, anche se non si parla dello stesso virus che ci sta affliggendo in questi mesi), oltre a sancire il solido e fortunato sodalizio con il producer ex Periphery Nolly Getgood, porta avanti il discorso (sia a livello concettuale che musicale) del precedente “Vector”, confermando, come se ce ne fosse ancora la necessità, l’incredibile tecnica di Ross Jennings e soci, grazie al mix complesso ma accessibile (e quindi vincente) di perizia, gusto per la melodia e malinconia vintage (tradotto alla perfezione in “Canary Yellow”, per esempio), con un tipico tocco nerd che non guasta mai (vedi la quarta parte della suite “Messiah Complex”).

Sharptooth – Transitional Forms
Nel 2017 avevamo scoperto con immenso piacere gli Sharptooth, formazione capitanata dalla cazzutissima Lauren Kashan. Tre anni dopo, i Nostri tornano con un disco che chi ha apprezzato l’opera precedente non può farsi scappare. Lauren è sempre cazzutissima come allora, anzi, ancor più conscia dei propri mezzi dopo il successo underground di “Clever Girl”, vomita con ancora più passione e rabbia moderni inni femministi (da “Say Nothing (In the Abscence of Content)” a “M.P.D.B.”) che non vediamo l’ora, un giorno, di poterci finalmente gustare dal vivo. Perché intanto, come recita la stessa frontwoman nella già citata opener, (“Now this is the part of the song / Where we’re gonna slow shit way down for you / So you can all kill each other”) ammazzarsi nel pit è l’unica cosa che alla fine conta davvero.

Gaerea – Limbo
Cupo specchio dei tempi moderni e del pessimismo sulle sorti e la bontà del genere umano, il nuovo arrivato in casa Gaerea è un limbo (per l’appunto) tra black e death metal. L’ultimo lavoro dei misteriosi portoghesi si dipana tra due poli, due emozioni che spesso viaggiano di pari passo: rabbia e tristezza. E seppur derivativi quanto volete (pensate a quante centinaia di band suonano questa roba, tipo i Behemoth) in “Limbo” i Gaerea riescono a cogliere il meglio di qualcosa che proprio positivo non è (ascoltate la ciclopica opener “To Ain” o “Null”).

Broadside – Into the Raging Sea
Il terzo full-length dei Broadside si pone l’arduo compito di essere l’opera più personale della (relativamente) giovane formazione. Fin dalla cover di “Into the Raging Sea” si intuisce che il mood sbarazzino, seppur presente in pezzi come “Overdramatic” e “Dancing on the Ceiling”, non è per niente il fulcro dell’ultimo album dei Nostri, quanto lo è piuttosto sondare nuovi lidi e consapevolezze, non solo nella vita privata, ma anche musicalmente. “Into the Raging Sea” è l’evoluzione di un gusto pop punk, forse un po’ forzato nello screaming delle parti più -core (“The Raging Sea”), ma di sicura presa.

If I Were You – Radiant Dark
Se “Inner Signals” all’epoca mi ha fatto pensare agli Asking Alexandria, il nuovo lavoro degli If I Were You mi ha riportato alla mente piuttosto gli Escape the Fate degli ultimi anni. Per carità, due mondi non così distanti tra loro, piuttosto due sfumature dello stesso universo. Il problema però è che di originale “Radiant Dark” ha poco o nulla. Metalcore melodico di quelli più frizzantini e immediatamente godibili che appunto -core duro e puro (“Black Heart” e “Starting Over”), un po’ di zarria violenta (“No Control” e “Hate Me”) e il gioco è fatto. Ma se si vuole fare il salto di qualità, non basta.

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