Down, Down IV Part II

Down Down IV Part II

Down Down IV Part II

L’operazione discografica è senz’altro lodevole: i Down, piuttosto che pubblicare album interi, hanno scelto di scindere la loro produzione in una serie di EP. I quali, in realtà, potrebbero pure esser considerati full – length veri e propri (lo sarebbero sicuramente stati una trentina d’anni fa): il precedente “Down IV Part I – The Purple EP” (2012) durava 33 minuti, questo addirittura 36; molti cd punk o black metal durano meno (tacciamo sul grindcore…), e un vinile dei vecchi tempi raramente superava i tre quarti d’ora. Meglio così, piuttosto che riempire il supporto ottico con 80 minuti superflui per almeno la metà, facendo pagare il tutto a prezzo pieno. Detto questo, c’è da spendere qualche parola sulla musica, che nel nostro caso non presenta però novità sostanziali rispetto a quanto già detto e fatto da Phil Anselmo e compagni negli ultimi anni di attività. “Down IV Part II” è, in tutti i sensi, una continuazione del predecessore, soltanto più sbilanciato verso il doom e i tempi lenti.

L’assenza di Kirk Windstein alla sei corde non si nota di primo acchito, e il sostituto Bobby Landgraf svolge egregiamente il proprio compito. Poi però, al secondo ascolto, inizi a notare l’assenza di riff memorabili, o quantomeno facilmente memorizzabili; mancano brani che svettino sugli altri, come nel predecessore lo erano “Levitation” e “Witchtripper“. A questo giro i Down puntano tutto sulla solidità dell’insieme e sulla qualità del suono (la produzione è ottima), ma non possono fare a meno di ripetere se stessi. E non sarebbe neppure un male, se non fosse per un generale appannamento dell’ispirazione e un eccessivo appiattimento delle dinamiche, quest’ultimo già evidente a partire dal terzo LP “Over The Under” (2007). Oggi il quintetto sudista somiglia sempre più a una formazione stoner/doom di medio/alto livello, non al portento in grado di scrivere due capolavori come “Nola” (1995) e “Down II” (2002). Fasti che pezzi quali “Steeple” e “Hogshead/Dogshead” cercano di rinverdire senza riuscirci del tutto, e allora tanto meglio gettarsi nell’omaggio alla triade Black Sabbath/Pentagram/Saint Vitus costituito da “Conjure“, oppure assaporare l’hard rock smaccatamente anni Settanta di “Sufferer’s Years“, i due episodi più convincenti in assoluto, e pazienza se spesso appaiono nient’altro che una versione indurita degli Orchid o di Uncle Acid And The Deadbeats.

Forse dai Down, considerati i nomi coinvolti, ci si aspetta sempre il massimo, e allora la delusione è sempre dietro l’angolo. Tuttavia questo disco non è affatto brutto. Semplicemente, sa un po’ troppo di già sentito, ma per i fan della band (e di un certo tipo di sound) può darsi che questo non sia necessariamente un difetto. Se lo siete, aggiungete mezzo punto al voto, altrimenti fate l’opposto.


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