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Machine Head – Bloodstone & Diamonds

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I Machine Head hanno festeggiato da poco il traguardo dei vent’anni di attività, sono dei sopravissuti. Intendiamoci, Flynn e soci non hanno mai perduto la voglia di suonare e hanno sempre avuto le idee chiare su come farlo, ma hanno rischiato di vendersi tutta o quasi la loro identità. Il nuovo “Bloodstone & Diamonds” è un mattone depositato sulla fortezza della loro rinnovata credibilità, un progetto portato avanti per tutta la loro seconda vita artistica a partire dall’osannatissimo “The Blackening” del 2007.

Dopo l’esordio spumeggiante di “Burn my Eyes” del ’94, il capitombolo della loro sterzata commerciale di “The Burning Red” e “Supercharger” e la rivitalizzazione dopo il ritorno alle origini del sound duro e puro, arriviamo ora a “Bloodstone & Diamonds”. Niente più bigodini in testa e vestiti sgargianti, niente più crisi di identità. I capelli sono lunghi, le barbe non vengono più tagliate, il sapone non lo usiamo più… Insomma: Thrash Metal. Il loro mestiere è pestare e farlo veloce, trasmettendo tecnica sopraffina ed un muro di suono da abbattere un palazzo. E la band lo fa in maniera convincente da subito. Uno dei singoli apre le danze (e qui con danze si intende fare su e giù con la testa): “Now We Die”, con un avvolgente suite iniziale di archi che porta all’esplosione simultanea di urla e riff sincopati gestiti da una sezione ritmica precisa e devastante, con un drumming potente e mai banale che caratterizza il sound dei primi Machine Head. Il distacco seguito a “Unto the Locust” con il vecchio bassista Adam Duce è stato traumatico, ma il sostituto Jared MacEachern è entrato in line-up in punta di piedi e si è inserito in maniera splendida, non solo ricoprendo con mestiere il suo ruolo ma mostrando anche una personalità ed un attaccamento alla causa non indifferente. Tutto bene quindi, e l’album che abbiamo messo in play si fa notare per il suo impianto ritmico rinnovato e granitico, dinamico come sempre. La track list si snocciola attraverso gli altri singoli “Killers and Queens”’ e “Night of long knives”, dove i già citati riff spaccaossa si alternano ad assoli di Phil Demmel indubbiamente ispirati, ben coesi al contesto e mai fini a se stessi.

Fin qui tutto regolare, anche se quanto descritto non basta a giustificare un successo lungo vent’anni in un mercato così competitivo come quello del metal. Qual è il segreto quindi? Forse la strizzatina d’occhio al mercato non è solo un male, non se impari la lezione e raggiungi un equilibrio tra schiaffi e carezze, che si concretizza in pezzi come la mastodontica “Sail into the Black”. In quest’ultimo lavoro il loro linguaggio si arricchisce e raggiunge una platea sempre maggiore, pur mantenendo l’identità degli esordi. Scusate se è poco.

Il voto finale non può però raggiungere il massimo per l’eccessiva lunghezza dell’album e di alcuni filler presenti nella seconda parte. Di sicuro una produzione più concentrata avrebbe evitato degli evidenti cali di tensione.


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