Il disco di Harry Styles va ascoltato senza pregiudizi

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Capita spesso, quando esce un disco importante e riuscito, di imbattersi in un tema delicato come può essere quello del raggiungimento della tanto agognata maturità artistica. Il concetto di maturità artistica è particolarmente astratto. Non arriva in un momento preciso e men che meno dopo lo spegnimento di 18 candeline su una torta al cioccolato. È una scintilla. Arriva quando è il momento, e a volte non arriva proprio mai. È un dono per pochi.

In un periodo storico dove tutti grazie ai social possono sentirsi critici musicali e dove uno come me può scrivere recensioni su una webzine, si pensa sempre meno a chi i dischi li ascolta sulle piattaforme come Spotify, li compra nei negozi (pochi per la verità) e poi li commenta su Facebook e Twitter. Insomma, si pensa sempre meno al vero motore di tutto l’ambaradan. Noi, che ascoltiamo e critichiamo sempre e comunque, abbiamo raggiunto la maturità necessaria per comprendere e metabolizzare certi dischi? Vorrei partire così, alla Marzullo, per introdurre il nuovo, e omonimo, album di Harry Styles uscito venerdì 12 maggio 2017, in una incerta giornata di primavera.

Per chi ancora non lo sapesse, Harry Styles è un ragazzo di soli 23 anni che, complice lo straordinario successo ottenuto con gli One Direction, ha già dalla sua un trascorso importante, fatto di tour e milioni di dischi venduti nel mondo. Abbiamo difronte, quindi, non il primo arrivato, ma tuttalpiù un personaggio seguito, conosciuto ed etichettato in un certo modo.
E come verrà mai etichettato un giovane, seguito da milioni di ragazzine, reo di essersi arricchito facendo musica brutta, o meglio, da “bimbominkia”? Dio come è brutto questo termine, perdonatemi.
Dicevo, come può essere etichettato uno così? Non ci siete ancora arrivati? Be’ ve lo dico io: male a tratti malissimo. Quasi come un cancro incurabile. Personaggi come Harry Styles, per alcuni, sono il male della musica. Chi vende e muove le masse è il male. La musica che piace agli adolescenti è il male. Ah! Comunque, dimenticavo un aspetto importante, gli One Direction sono usciti da un talent. Sono, tenetevi forte, una creazione di Simon Cowell. Ripeto, una creazione. Rido.
Poi ci credo che tutta questa dietrologia non verrà mai sconfitta. Diamine, siamo arrivati a parlare di creazione in laboratorio, ma siamo seri? Stiamo pur sempre parlando di musica. 
Invece no, gli One Direction devono essere etichettati come un prodotto. Un prodotto che vende. E i suoi membri a rigore di logica sono dei pupazzi che ogni tanto cantano. 

Banalmente, quindi, avrete capito che anche la nuova strada intrapresa da Harry Styles sia vista come un altro prodotto da posizionare sapientemente nello scaffale polveroso della musica mondiale.

Infatti, dopo essersi arricchito con gli One Direction, Harry Styles ha deciso di mettersi in proprio. È uscito dal gruppo, proprio come il titolo del romanzo di Enrico Brizzi che citiamo tutte le volte che uno esce da un gruppo manco fosse Jack Frusciante. Da quel giorno, addetti ai lavori e semplici passanti ripetono come un mantra questo concetto: lo vogliono far diventare il nuovo Robbie Williams. Robbie Williams ormai diventato padre deve essere sostituito. Serve un altro prodotto, lo slot del cantante a cui tirare mutande e reggiseni ai concerti è vuoto. 

Troppo semplice ragionare così, e soprattutto è controproducente per tutti. Inoltre, noi non possiamo sapere se la decisione sia stata presa spontaneamente da Harry o se fosse maturata prima nella testa di qualcuno della sua etichetta, i famosi poteri forti per intenderci, con l’intento di trasformarlo realmente nel nuovo Robbie Williams. 

Che poi, anche se fosse, dove sta il problema? Servono comunque le canzoni per diventarlo. Per di più, quella maturità e quella consapevolezza di cui parlavo in apertura non è che la puoi inventare da un giorno all’altro. Non è come spingere un interruttore. Comunque ok, va bene così, tanto mica cambiate idea. Mi calmo, andiamo avanti.

Se siete arrivati fino a questo punto, vi starete chiedendo come sia, alla fine dei conti, questo nuovo album di Harry Styles. 

Bene, il disco è bello. Probabilmente, al momento, la migliore uscita dell’anno.
Dieci canzoni, capaci di rubare o meglio impreziosire quaranta minuti della giornata. In questa epoca fatta di sole playlist e caratterizzata da ascolti fast food, quaranta minuti si possono ancora reggere. Soprattutto quando sono 40 minuti di qualità. Questo, mi sembra già un ottimo risultato.

In più, non c’è nessun riempitivo, ma bensì dieci fotografie che prese singolarmente sono capaci di raccontare emozioni precise e nitide, senza perdersi nel vuoto.
Ovvio anche in questo caso, come nei dischi di ogni popstar, perché di questo si sta parlando, due/tre brani spiccano sugli altri, e selezionarli è stata una scelta dura.
Il primo è, senza alcun dubbio, “Sign of the Times”. Da un mese a questa parte cerco invano di convincere amici e parenti a dare un ascolto, almeno uno al singolo di Harry Styles. Il brano è un vero gioiellino che trasuda sentimenti come solo i grandi sanno fare.

Anche la traccia numero 4, “Two Ghosts“, non è da meno. Si parlava di Robbie Williams prima? Ecco, qui ci andiamo vicino. Il pezzo ricorda il Robbie dei fasti di “Angels” per certi versi, e a dirlo non si rischia di bestemmiare. 

Ci sarebbero altri pezzi da raccontare, come “Sweet Creature”, “Ever Since New York” e “Only Angel”, ma il concetto da non sottovalutare questa volta è soltanto uno. Per una volta vanno abbandonati i pregiudizi. Perché ultimamente, per colpa nostra, stiamo perdendo delle perle, a causa di stupide etichette che non riusciamo a strappare dalla nostra testa.

Il disco di Harry Styles è una vera e propria ventata fresca, che probabilmente non porterà a nulla nell’immediato, ma che pone le basi per un futuro solido e promettente. Nuovo Robbie Williams? Non lo so e non lo sa nemmeno lui. E non ci deve interessare. Harry Styles ha fatto un grande album, da 5 stelle. Per una volta facciamocelo bastare. Dimentichiamoci di commenti ed etichette. Cresciamo.
Anche perché, se proprio non ce ne frega niente di niente di un disco, possiamo sempre continuare ad ascoltare altro senza necessariamente sparare merda su ciò che non siamo in grado di capire.

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