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Iron Maiden – The Book Of Souls

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Era dal 2000 che un disco degli Iron Maiden non metteva così tanto d’accordo fan e critica. The Book Of Souls è il loro album più lungo e anche il più ambizioso. Se A Matter Of Life And Death puntava su epicità e mid tempo, se Final Frontier virava sul progressive allungando ulteriormente il minutaggio dei pezzi, qui gli undici brani del nuovo lavoro condensano tutta l’essenza della band dell’era Dickinson-Smith 2.0.

A partire dalla produzione grezzona e live che da Dance Of Death in poi sfrigola nelle casse, per finire ai brani lunghi e strutturati, qui presenti con tre canzoni che superano i dieci minuti. Non è ovviamente tutto oro ciò che luccica, ma il doppio cd è solido e cresce con gli ascolti. Anzi, è proprio necessario ascoltarlo più di una volta per poterlo apprezzare fino in fondo. Certo, non tutti ne avranno voglia. Ma chi lo farà, riuscirà a scoprire l’ennesima dimostrazione di come i sei (all’alba dei sessanta se non oltre, chiedere a Nicko per infos) non abbiano la minima intenzione di fare il compitino.

Anzi, si può dire senza tanti giri di parole che tra i Dinosauri del rock, i Maiden siano veramente tra i pochissimi che credono ciecamente nel materiale più recente. Chi tra i vari (e sacri, sia chiaro) AC/DC, Motorhead e Metallica avrebbe il coraggio di fare un tour suonando per intero un platter post anni ottanta? I Maiden nel 2006 lo hanno fatto. Chi tra questi darebbe più spazio nelle setlist dei concerti ai nuovi brani a discapito di classici clamorosi? Risposta scontata.

Se questo sia un bene o un male lo decideranno i fan. Scannandosi e innescando infinite discussioni. La musica però resta. E il dato di fatto è che, piaccia o meno, la voglia di mettersi in gioco e di suonare le proprie cose senza compromessi o cercando di accontentare chi ancora sogna un Powerslave o un 7th Son pt.2, è altissima e indiscutibile. Detto questo, qui sotto le mie impressioni su ogni pezzo. Non ha alcun senso fare un track by track. Ma non me ne frega niente, consideratelo un approfondimento (o un pippone inutile se volete) a una rece che potrebbe finire dopo le prime tre righe.

If Eternity Should Fall – Non ci si accorge ai primi ascolti di come la vera sorpresa di tutto il disco non sia la tracciona da 18 minuti ma questa clamorosa opener. Si è detto che avrebbe dovuto essere sull’album solista di Bruce, e non c’è da sorprendersi sentendo le derive iniziali e conclusive. L’armonia che precede il ritornello è semplicemente sublime e il refrain colpisce durissimo. L’accelerazione dopo quasi cinque minuti ci fa dire “figa ecco i Maiden” e la voglia di essere già sotto il palco a morire è altissima.

Speed Of Light – Pezzo vecchio stile ruvido, con Bruce che all’inizio grida alla Gillan dei Purple. Il brano ricorda gli anni novanta e potrebbe stare dentro No Prayer For The Dying. Era da Wicker Man che non si godeva così. Banale? Sti cazzi.

The Great Unknown – Un pezzo strano, molto classico nella struttura con inizio arpeggiato, attacco elettrico, accelerazione centrale e finale nuovamente arpeggiato. Non convince fino in fondo, ricorda AMOLAD ma non incanta, anzi.

The Red And The BlackPolpettone Harris-iano alla massima potenza. Non c’è niente che non sia già sentito da loro, specialmente negli ultimi anni. I rimandi a Rime Of The Ancient Mariner si sprecano. I vecchiacci diventan matti sicuro, il problema è il coretto uo-o-o-o-oh che arriva troppo presto nell’economia di un brano di 13 minuti e mezzo. Ha il pregio di non cambiare troppe volte tempo a caso o senza motivo. Ci sarebbe stata anche fosse durata la metà, segando una strofa e una tonnellata di assoli da jam session. Fighi ma boh dopo un po’ ok basta. Dal vivo questa ci sarà, piaccia o meno. Ultima cosa: all’inizio mi aveva fatto schifo ma con gli ascolti cambierete idea.

When The River Runs Deep – Inizio molto anni ottanta e volata senza soste. Assolo molto Aces High, il ritornello lo avrei fatto molto a bomba senza rallentamento. Molto bella quindi? No ma non è affatto brutta.

The Book Of Souls – Già sentita e orchestrata, epica, evocativa ma anche lunga e senza guizzi per almeno 5 minuti, l’accelerazione arriva tardi. Anche se è costruita da dio. Si parla dei Maya, Eddie in copertina dipinto così, il fulcro del disco? No. Piaciuta molto all’inizio, meno alla distanza.

Death Or Glory – Questa è tanta roba, andamento e riffazzi da Duellists e ritornello ficcante. Dal vivo potrebbe squartare.

Shadows Of The Valley – Il riff di Wasted Years all’inizio non può lasciarvi indifferenti. Io ho pianto a dirotto quando Bruce grida “Into a sea of madness” prima che inizi la galoppata. L’incedere dell’intro fa parecchio A Matter Of Life And Death, fortunatamente poi si viaggia. Ricorda anche Montsegur di DOD.

Tears Of A Clown – Non mi aspettavo un mid tempo così ben fatto per quello che è il pezzo dedicato al compianto Robin Williams. Tostissimo.

The Man Of Sorrows – Evolve di brutto, sembra quasi un omaggio (auto-plagio no dai) al vecchio pezzo del Dickinson solista…poi però si accende l’ampli e il brano guadagna a bomba in atmosfera. Il mid tempo che si sviluppa vede presagi sinistri prima del ritornello, con un synth-one di quelli arroganti, ma quando questo arriva è gran bello. Pregia anche la parte centrale, non troppo pestata e dotata di una delle migliori melodie del cd. Semplice se vogliamo. E molto azzeccata.

Empire Of The Clouds – Orchestrone e pianoforte, poi del bell’heavy in mezzo ma tutto già sentito, accelera dopo 10 minuti e Bruce grida. Dopo 13 minuti un po’ di parte proggy. Insomma si sente che ci han lavorato, creduto e speso tantissimo. Ambiziosissima. Loro ne sono orgogliosissimi e hanno ragione. Devo dire però, che dopo il fantastico inizio, mi cala alla distanza.

>>> Non a tutti è piaciuto The Book Of Souls

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