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J-Ax – Il bello d’esser brutti

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Per quanto il suo genere possa non piacere, è impossibile non riconoscere a J-Ax un ruolo storico di primaria importanza nello sviluppo dell’hip hop in Italia. Molti anni dopo le scorribande con gli Articolo 31 e dopo alcuni dischi solisti di buonissima fattura, è arrivato per Lo Zio il momento di tirare le somme.

“Il bello d’esser brutti” è con ogni probabilità il miglior lavoro di Aleotti del nuovo Millennio, a livello di testi, musiche, arrangiamenti e featuring. Quelle 20 tracce che, a una prima occhiata, sembrano essere un ridondante eccesso di creatività, contengono ognuna un motivo valido per l’ascolto.

J-Ax condensa qui tutte le sue indiscutibili capacità di musicista e scrittore, incanalandole in brani diversi e caratterizzati da ritmiche rock, pop, reggae, hip hop, elettroniche e country. Se i pezzi migliori possono essere identificati nell’autobiografica “Intro”, nel clamoroso rap “Tutto o niente”, è consigliato seguire le evoluzioni liriche di Ax testi alla mano e piedino sul pavimento che batte specialmente su “Sono di moda” e su “Santoro e Peyote”. Ci sono anche le tamarrate vecchio stile coi Dogo (“Old Skull”) e le sbroccate pure come “Hai rotto il catso” (chiama gli Extrema Ax, che replichiamo “Mollami” parecchi anno dopo, ndr), così come le ballate dedicate alla compagna con l’aiuto di Neffa (“Caramelle”) e le dichiarazioni d’amore alla Maria (“Maria Salvador”).

L’interesse non cala nemmeno nelle battute finali del disco: l’inno dance fuffa “Bimbiminkia4life” con Fedez e le divertenti “The Pub Song” + “L’uomo col cappello” chiudono uno degli album più imprevedibili del nuovo anno. Più che consigliato.

Paolo Sisa


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