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Mannarino – Apriti Cielo

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“Apriti Cielo” di Mannarino è uno di quei dischi che desta curiosità ancor prima di ascoltarlo.
Una prima osservazione la genera la copertina: lo stile collage e l’utilizzo di colori pastello si distaccano molto dalle atmosfere grafiche dei dischi precedenti. Se non vedessimo bandiere arruffate e una palazzina popolare sullo sfondo (che richiama la cover di “Supersantos”), stenteremmo a capire le due anime del disco che l’artwork sembra suggerirci. Sono due le mani con cui Mannarino accarezza l’ascoltatore lungo le 9 tracce di “Apriti Cielo”, una sporca di polvere, simboleggiata dalla palazzina in copertina, l’altra che profuma di mare e che viene dal mondo, come le bandiere che avvolgono l’artista.

Dopo essersi fatto conoscere come baluardo della romanità in musica, con “Bar della Rabbia” (2009) e “Supersantos” (2011), Mannarino ha provato a muoversi in avanti con “Al Monte”, suo ultimo lavoro datato 2014. “Apriti Cielo” invece fa un bel giro, dapprima volando oltreoceano tra i sorrisi e i colori del Sud America, per poi tornare in Italia per debuttare direttamente al numero 1 della classifica FIMI.
Samba e bossanova costituiscono il midollo spinale di questo lavoro, in netta controtendenza rispetto all’indirizzo generale della musica nostrana, concentrata a emulare le tendenze elettroniche e dance di quell’America che Mannarino ha rifiutato, come lui stesso ha dichiarato in recenti interviste.

Il primo singolo estratto da “Apriti Cielo”, il brano omonimo, non rende giustizia alla natura multietnica del disco, a causa di un ritornello poco incisivo e sonorità abbastanza prevedibili. Fortunatamente “Arca di Noè”, il secondo singolo estratto dal disco, grazie ai suoni dirompenti dei fiati e a degli inaspettati cori femminili, riesce in quella che spesso dovrebbe essere l’intenzione più pura dell’arte: trasportare il fruitore altrove. In questo caso veniamo catapultati nel bel mezzo di una parata brasiliana all’insegna di festeggiamenti e spensieratezza. “Voglio vivere come un colibrì/ Voglio vivere solo d’amore/ perché la vita è un’onda del mare/ Onda persa che non tornerà” recita il verso in portoghese della canzone. Il marchio di fabbrica di Mannarino rimane forte tra melodie incalzanti e quel retrogusto amaro che, diciamola tutta, rende tutto più poetico.

In “Apriti Cielo” ci sono tutti i punti di forza della musica del cantautore romano: si comincia col canto doloroso della città “che resta muta” nell’apripista “Roma” (l’unico brano interamente in romanesco), passando per il blues polemico e sottile di Gandhi, le filastrocche di Babalù e la drammaticità molto cinematografica de “La Frontiera”, brano che segna il picco di pathos dell’intero album.

Di Michelangelo Paolino. 

>>Le date dei concerti di Mannarino

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