Billy Idol – Kings & Queens of the Underground

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Billy Idol è uno di quei personaggi che mi fa pensare: “Ma come avrà fatto a sopravvivere nei ’90? Come le pagava le bollette? Che faceva tutto il giorno?“. Dopo i fasti degli anni ’80 c’è stato così tanto vuoto da mettere in discussione il suo status di icona di culto della decade. Ma tant’è, ritrovato il fido chitarrista Steve Stevens è in perenne revival da tre lustri, quindi buon per lui.
C’è stato però un interessante episodio con “Devil’s Playground” (2005), disco per me incredibilmente divertente, vario e senza un pezzo debole. Eppure se chiedi in giro sembra aver fatto schifo pure ai cani. Mi sono approcciato quindi a questa nuova fatica pieno di speranza, il mio senso di aspettativa condiviso esclusivamente con le mura di casa, per poi rimanere davvero perplesso. Il nuovo “Kings & Queens of the Underground”, in una parola, è spiazzante. Spiazzante perché è un disco decisamente pop e morbido. Non che Idol sia mai stato un metallaro d’assalto, ma qui mancano il suo carattere, il suo ghigno da whiplash smile. Riesce a piazzare allo stesso tempo una porcata di autoplagio come “Postcards From The Past” e un paio di ballatone davvero sentite come la title-track e “Ghosts In My Guitar”.
Ancora più spiazzante è il sound del disco: per niente graffiante, più vicino ad artisti come Roxette o i Simple Minds più commerciali, risulta quasi sempre spento e loffio, spesso troppo artefatto. Si sentono qua e là i piacevoli marchi di fabbrica di Stevens, ma quando pure l’unico sasso del disco (la conclusiva “Whiskey and Pills”) è affossato e sabotato da un sound assolutamente fuori luogo, capisci che c’è qualcosa di sbagliato, proprio a livello di progetto. Insomma, hanno voluto proprio farlo così e hanno toppato. Sembra che il disco voglia fare di tutto per non farsi ascoltare, ed è un peccato, perché con pazienza, sotto i suoni di plastica, si possono trovare anche un paio di pezzi interessanti.


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