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Megadeth – Dystopia

Megadeth-Dystopia-recensione

Megadeth-Dystopia-recensione

E che ti posso dire io Dave? Non avrei messo un centesimo su Dystopia, ennesimo album dei “miei” Megadeth visti alla canna del gas dal 2011 in poi. Dal vivo lui non ce la faceva più, Drover dietro le pelli non ce l’ha mai fatta e, dopo il colpo di coda a nome Endgame e il tour celebrativo di Rust In Peace, la band era (di nuovo) fondamentalmente finita.

Dio solo sa quanto ho voluto credere nella reunion con Menza e Friedman quando le voci relative a quest’ipotesi si rincorrevano tempo fa. Un ultimo giro con quei musicisti avrebbe potuto dare quel contentino che i vecchi come me (tutti e 4 su un palco li ho visti un’unica volta, nel 1997) attendono oramai invano, oltre che un buon motivo per seguirsi ciecamente Nmila date del relativo tour europeo.

E invece no. Come sempre, Mustaine fa il cazzo che vuole, beccandosi gli strali di buona parte della tifoseria e andando contro quello che poteva fondamentalmente essere il buon senso (economicamente parlando). Assolda Kiko Loureiro (che mi ricordo ancora rEgazzino prodigio già ai tempi del clamoroso Angels Cry degli Angra) e il fenomenale Chris Adler alla batteria. Butta fuori un album che sembra più un rischio che altro (molto più del terribile ellepì del 1999), specialmente perchè la sua ultima fatica discografica era imbarazzante (Super Collider anyone?).

“Dystopia” è invece senza dubbio uno dei migliori lavori pubblicati dai Megadeth negli ultimi vent’anni. Pippette da fan sfegatato a parte, riesce nell’impresa di essere sorprendentemente convincente quanto lo furono i ben noti The System Has Failed e il già citato Endgame. La produzione non bombastica ma curata, asciugata e levigata (forse troppo però), valorizza al massimo il lavoro chitarristico che Mustaine e Loureiro hanno assemblato. Oltre a questo, la garanzia Ellefson al basso e la ponderata presenza di Adler (che a parte qualche fill non si spreca, anzi) aggiungono quella sostanza e quella compattezza che mancava da tempo in casa Mustaine.

Di riff memorabili non ce ne sono ok (ed era anche folle aspettarseli), ma nel complesso il disco viaggia dall’inizio alla fine senza alcun intoppo, i pezzi pompano il giusto e non ci sono cadute di tono. Il groove novantiano di Post American World e Death From Within, le volate di Lying In State o di The Treat Is Real, la classicità della titletrack (una sorta di Washington Is Next/Hangar 18 con dei solo eccezionali e un cambio di registro dopo metà pezzo da sbavo) e l’originalità (per i ‘deth) di Poisonous Shadows, sono tutti elementi che permettono di valutare molto positivamente un cd di qualità che riporta i Megadeth all’attenzione di tutti gli appassionati di queste sonorità. Certo, nulla di innovativo o qualcosa per cui smandibolare mesi, ma un segnale di vita deciso e assolutamente incoraggiante per un gruppo che è sulle scene da oltre trent’anni.

Chiosa da fanboy: SSSSSEEEEEEE’ \M/

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