The Heavy Countdown top 20, i migliori dischi del 2018

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Il 2018 è stato un anno di gran fermento nell’underground. Come da buona tradizione, è giunto il momento di tirare le somme e di stabilire quali dischi ci porteremo nel 2019 (e presumibilmente oltre), anche se forse non sentirete mai nessun singolo in radio estratto da questi album, pur essendo la fucina della nuova creatività alternativa. Ecco il meglio della Heavy Countdown, la rubrica per chi non si accontenta dei soliti ascolti.

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Annisokay – Arms
Gli Annisokay sono il melodic metalcore dei giorni nostri, senza troppi giri di parole. “Arms” non sarà un disco rivoluzionario, ma è stato studiato nei minimi dettagli per cercare di trovare il successo commerciale. Ce la faranno i tedeschi? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Architects – Holy Hell
È vero, la mancanza del povero Tom Searle si sente eccome, ma “Holy Hell”, pur senza toccare le vette di “All Our Gods Have Abandoned Us”, è un disco di altissimo livello, e un attestato di ottima salute della band progressive metalcore.

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Beartooth – Disease
Caleb Shomo e soci hanno fame e fanno di tutto per dimostrarcelo. “Disease” è l’ulteriore prova di quanto i Beartooth abbiano le carte in regola per dire la loro non solo in ambito metalcore, ma anche (e soprattutto) alternative.

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Between The Buried and Me – Automata I & II
Impossibile che i BTBAM diano alle stampe un lavoro meno che interessante. Quest’anno la band progressive metal/progcore si sdoppia in due album, cambiando pelle ancora una volta, e continuando a giocare con sonorità e generi diversi.

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Boston Manor – Welcome to the Neighbourhood
Una delle evoluzioni più interessanti degli ultimi tempi. Dal pop punk degli esordi, la giovanissima formazione britannica passa a un alternative/post-hardcore/post-emo/grunge cupo e incazzato, degno di combo con molta più esperienza sulle spalle.

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Dance Gavin Dance – Artificial Selection
A cadenza praticamente biennale, i Dance Gavin Dance ci regalano con costanza dal lontano 2007 un disco più bello dell’altro. “Artificial Selection” è il frutto della maturità e della stabilità finalmente raggiunta dalla band paladina dello swancore.

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Deafheaven – Ordinary Corrupt Human Love
I Deafheaven ci hanno sempre creduto, e oggi sono fonte d’ispirazione per moltissimi colleghi, non per forza legati al mondo metal (vedi i Biffy Clyro). Il nuovo album della formazione di San Francisco è la sublimazione del loro particolare sound a base di ambient, dream pop, shoegaze e black metal.

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Don Broco – Technology
Tra singoli perfetti e video geniali, i Don Broco avevano iniziato a smuovere le acque mesi prima che “Technology” vedesse effettivamente la luce e si dimostrasse all’altezza delle attese, ponendo i Nostri in cima alla catena alimentare del nuovo alternative made in UK.

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Empire – Glue
Gli Empire, ahimè, non esistono più. Ma alla band per fortuna sopravvive “Glue”, primo e ultimo full-length a tutti gli effetti, un mix di generi che vanno dal post hardcore al modern rock, guidato dalla voce stratosferica di Joe Green.

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Ghost – Prequelle
Impossibile non inserire in qualsivoglia classifica di fine anno l’ultima opera dei Ghost, una band che porta un nome già enorme da qualche anno, ma che ha trovato il successo mainstream finalmente con “Prequelle”.

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Good Tiger – We Will All Be Gone
I Good Tiger sono maturati rispetto a “A Head Full of Moonlight”. Sono bastati solo tre anni al supergruppo capitanato dall’eccezionale Elliot Coleman per sfornare un disco molto più a fuoco e pregno di melodie impossibili da dimenticare.

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Ihsahn – Ámr
Se il black metal rimane il primo amore di Ihsahn, la fascinazione per il progressive e per i synth ottantiani (che starebbero bene nella colonna sonora di un film di John Carpenter) è tra gli elementi che contraddistinguono Ámr.

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Night Verses – From the Gallery of Sleep
Da quartetto a trio strumentale non è un passo esattamente facile. Ma i Night Verses non solo se la cavano egregiamente, ma pubblicano uno degli strumentali più interessanti dell’anno, sicuramente il più degno di nota in ambito progressive/post-metal.

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Of Mice & Men – Defy
Gli Of Mice & Men danno un calcio al passato con “Defy”, dimenticando le atmosfere tenebrose del precedente “Cold War” e il doloroso addio di Austin Carlile, con un disco che sprizza positività metalcore a ogni nota.

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Parkway Drive – Reverence
I Parkway Drive perdono il pelo ma non il vizio. Musicando uno dei periodi più bui della propria vita personale, i Nostri giocano con il fuoco (vedi l’utilizzo dello spoken word) ma non perdono l’ispirazione quando si parla di inni “arena metalcore”.

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Rivers of Nihil – Where Owls Know My Name
“Where Owls Know My Name” non è (solo) un disco death metal, e neanche progressive o avantgarde, ma è il frutto di un talento e di una varietà che non si lasciano spaventare da nulla, neanche dal suono del sassofono, il vero fil-rouge dell’opera.

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Svalbard – It’s Hard To Have Hope
Tematiche attuali e pesanti quelle su cui si fonda “It’s Hard To Have Hope”. Proprio le lyrics disperate sono uno dei punti di forza del lavoro più recente degli Svalbard, oltre al blackened hardcore che ogni tanto si lascia andare alla melodia.

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Tesseract – Sonder
Unico difetto di “Sonder” è di essere troppo breve, ma ha dalla sua la qualità di non stancare mai, anche dopo ripetuti ascolti consecutivi. Superare “Polaris” era impossibile, ma il nuovo arrivato in casa Tesseract è una preziosa dimostrazione di tecnica e personalità.

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Underoath – Erase Me
“Erase Me” era uno dei dischi più attesi di questo 2018 in ambito underground. Se da un lato chi si aspettava i “vecchi” Underoath è rimasto deluso, dall’altro invece non potevamo aspettarci comeback album più coraggioso, con la sua brusca sterzata verso sonorità alternative/ electronic rock.

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Zeal & Ardor – Stranger Fruit
È vero, rispetto a “Devil Is Fine” l’effetto sorpresa è ormai passato. Ma al secondo album Manuel Gagneux propone un’idea più “pettinata” della sua miscela tra spiritual e black metal, andando a scomodare a questo giro anche soul e rhythm and blues.

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