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Il 13 non porta sfiga: pillole indispensabili sui dischi Modern Rock made in US del 2014

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In America le chiamano Active Radio Rock, da noi si fa prima a riassumere citando post-grunge, modern rock e alternative metal in salsa Yankee. Una scena che a molti non interessa ma che abbiamo sempre trattato abbondantemente sulle nostre pagine. Eccovi qualche pensiero sparso su alcune release che, in alcuni casi, conviene ascoltare.

Saliva – Rise Up – Nono disco che in realtà è una re-release dell’ottavo, uscito su etichetta a caso negli States col nuovo cantante Bobby Amaru nel 2013. E la notizia è che l’album è figo. Dopo diverse uscite del cazzo, i Saliva riescono a tornare a spaccare per più di metà platter. Niente di clamoroso sia chiaro, quasi tutti mid tempo testoter(r)onici di sempre, ma mettere insieme un tot di brani che non facciano venire su il panettone di Natale e che annoino è un risultato affatto scontato per una band che una volta era davvero interessante. Resuscitati. Non ci avrei scommesso mezzo Euro lo ammetto. 3 su 5.

Adelitas Way – Stuck – E’ la solita sbobba loro. Meno aggressività del passato, più ruffianeria con qualche orchestrata di troppo. Vale la pena di ascoltare “Different Kind Of Animal” e stop. Il singolone qui sotto riassume bene come questa sia stata davvero l’ennesima occasione sprecata. Tempo scaduto. 2 su 5.

Seether – Isolate and Medicate – Sesto disco per i sudafricani. Ennesima conferma di quanto detto già nelle pillole degli scorsi anni. C’è da dire che il nuovo album però è meno ciofeca dei precedenti: Shaun Morgan e compagni leccano meno la produzione e piazzano un paio di pezzi interessanti (“Suffer It All” e “My Disaster”), ma sentire roba tipo “Crash” e “Watch Me Drown” (manco fosse una b-side dei Puddle Of Mudd di inizio carriera) fa venire voglia di disintegrare lo stereo a colpi di sledgehammer. 2.5 su 5.

Theory Of A Deadman – Savages – C’è andato pure Alice Cooper a fare una comparsata, nel tentativo di rialzare un po’ le sorti dei Theory Of A Deadman, alle prese con il quinto (!!!) disco di inediti. Capiamoci, era impossibile fare peggio dell’inascoltabile predecessore. Fortunatamente Tyler Connolly e accoliti si mettono d’impegno e alzano un po’ i giri e i volumi della produzione anche oltre la titletrack. Certo, ci provano sempre a beccare la ballatona alla Nickelback che gli svolti la carriera (“Angel”, mio dio, “Angel” e pure “The One”, ma fare cose simili a “The Sun Has Set On Me” che vi riescono bene no?), ma non ci son cazzi. I TOAD rimangono sopportabili quando spingono, come su “Misery Of Mankind”, “Heavy” e “Panic Room”. Poteva andare molto peggio, a sto giro ce la caviamo su… 3 su 5.

Framing Hanley – The Sum of Who We Are – Ha avuto una gestazione impestatissima sto disco, band a pezzi, crowdfunding, bassista che lascia, dispute legali… Vabbè fatti loro direte voi. Giusto. La buona notizia è che il nuovo FH è un dischello leggero, da aperitivo avrei scritto qualche anno fa. Pop Punkettino leggero e un po’ di alternative rock moderno. Nulla di rivoluzionario ma se non altro onesto e senza calcoli da scrivania. Dopo tutta la fanfara di quattro anni fa, i ragazzi sono maturati. Immagino solo le bestemmie che avranno tirato vedendo tutti i sogni di gloria andare in vacca. Almeno lasceranno un cd decente dopo quello osceno sotto Silent Majority /Warner. 3 su 5.

Fozzy – Do You Wanna Start A War – Chris vorrebbe essere ricordato anche come cantante, oltre che come wrestler professionista. Y2J però rimarrà sempre e comunque l’highlight reel di tanti eventi in pay per view di qualche anno fa, nonostante non sia affatto male come singer. Hard & Heavy moderno, mid tempos ben prodotti e anche piacevoli se ascoltato distrattamente (cfr. “Lights Go Out” e “Brides Of Fire”) ma un cd che senza la presenza di Jericho non si filerebbe nessuno. I Fozzy sono arrivati al sesto disco, quasi tutti non se ne sono nemmeno accorti a dire il vero, tuttavia non direi mai cose del genere davanti a lui per non beccarmi nei denti una Codebreaker immediata. 2.5 su 5.

Royal Bliss – Chasing The Sun – Ottavo lavoro, campagna kickstarter e solita attitudine caciarona e hard rock /post grunge moderna. “Dreamer” e “Drink My Stupid Away” ce la mettono tutta per far perdere punti al disco, ma nel complesso “Chasing The Sun” è un onesto compitino. Duri a morire. 3 su 5.

Chevelle – La Gárgola – Colpo di coda del tutto inaspettato per i Chevelle, band rodata che ha saputo negli anni crearsi un seguito e guadagnarsi il rispetto anche di chi non sopporta qualsiasi cosa che si avvicini all’etichetta post-grunge. Un settimo album deciso, incalzante e potente come ai bei tempi che lambisce l’alternative metal di pregio ed è lontano anni luce da logiche commerciali. Ascolto assai consigliato. 4 su 5.

Thousand Foot Krutch – Oxygen:Inhale – Un altro crowdfunding per registrare un album (oramai abbiamo perso il conto). Questa volta è il turno dei TFK, realtà canadese christian rock arrivata al settimo parto. Quando si trova la strada giusta (commercialmente parlando), è difficile pensare di lasciarla. Questo è oramai il pensiero di Trevor McNevan e soci. L’appena citato singer ha pure la voce per fare numeri migliori di quelli messi in mostra su “Born This Way”. Peccato che le strutture siano all’insegna del piattume scientifico e del 4/4 ultra statico. Tre Pater, Ave, Gloria e ci risentiamo col prossimo cd. 2 su 5.

Charm City Devils – Battles – Il primo pezzo ti fa pensare di essere finito nel posto giusto nel momento giusto. Sleaze/Street Rock pompatissimo che inganna anche il più smaliziato ascoltatore. Terzo disco per i Baltimor-iani in questione, figli dei Crue più stradaioli che, col passare delle tracce, si accontentano della formulina che tanto piace agli americani che si sparano il barbecue con le mogli tozze pensando alle fighe dei video di “Rockstar” dei Nickelback. Tuttavia “Battles” vale comunque la pena ascoltarlo, potreste beccare uno degli album più adrenalinici dell’underground rock a Stelle e Strisce. 3 su 5.

Nothing More – Nothing More – Accasati presso l’Eleven Seven di Nikki Sixx dopo dieci e passa anni di gavetta, la band è nella zona alternative metal, quella in cui i singoli di lancio hanno un appeal radiofonico (per le Active Rock Radio degli States, ovviamente) della madonna e il riffone ribassato. Il loro sesto disco (ma il primo che li farà realmente conoscere in giro) è necessariamente da ascoltare per chiunque sia appassionato di progressive metal moderno (cfr. “Christ Copyright” per delucidazioni) e vocalist particolarmente abili nel salire d’ottave. 3.5 su 5.

Starset – Transmissions – Prendete i Breaking Benjamin e annaffiateli con un po’ di cinematografia alla 30 Seconds To Mars. Shakerate con gli Skillet e otterrete il debutto degli Starset, side project di Dustin Bates dei Downplay (altro act underground troppo generico per venirne fuori). Se volete qualcosa di ultra easy da ascoltarvi (“Carnivore” per esempio) e sentite tanto la mancanza di Burnley, questa roba fa al caso vostro. Altrimenti statene alla larga. Prodotto da dio ma tutto sa troppo di già sentito. 2.5 su 5.

Three Years Hollow – The Cracks – Sulle prime sembra ci canti Witherspoon (Sevendust) e ci si rimane un po’ tipo WTF? Poi leggi meglio la tracklist e ci vedi dentro Lowery (chitarrista Sevendust). In sostanza i 3YH provano a mettere insieme i già citati Sd con architetture simili ai Disturbed (quelli meno tribali insomma) per produrre qualche brano di facile appeal per chi è già avvezzo a simili sonorità. Ci riescono? Sì e anche bene. Non cambiano la vita ma un ascolto al loro disco è decisamente consigliato. 3.5 su 5.

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