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Nothing But Thieves – Nothing But Thieves

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Hanno saccheggiato a piene mani le leccornie stipate nella ricca dispensa dell’alt rock britannico degli ultimi vent’anni, questi ladruncoli, ficcando entrambe le mani pure nella morbida marmellata elettronica di stagione. Se ne sono cibati in abbondanza, le hanno masticate e digerite per restituirle, finalmente, in quella voluttuosa cornucopia sonora, già battezzata tra gli album d’esordio più interessanti dell’anno e che della band di Southend-on-Sea porta il nome: “Nothing But Thieves”.

Un disco fatto di chiaroscuri, pezzi tirati e ballate dalle atmosfere evocative, suoni grossi, che sanno colpire in profondità anche quando si assottigliano fino alla rarefazione. Ai Nothing But Thieves piace giocare con gli estremi, esattamente come amava fare Jeff Buckley, certamente una delle maggiori influenze della band, filtrata attraverso l’opera dei loro fratelloni maggiori, i Muse. È evidente sin dall’opening track “Excuse Me”, con quel passaggio dalla soffusa penombra della strofa alla luce accecante del chorus, caratterizzato da un falsettone da paura, che lascia intendere da subito le potenzialità vocali del cantante Conor Mason: il brano è una perfetta presentazione di quello che sarà il mood complessivo dell’album. Un canto delle sirene da cui è impossibile non rimanere ammaliati, lasciandosi trascinare anima e corpo nei più reconditi anfratti di questo incredibile debut album. “Ban All the Music” tiene decisamente caldo il ferro, con un sound massiccio che, accanto ai già citati Muse, ricorda abbastanza da vicino i più recenti Royal Blood. Segue “Wake Up Call”, un up-tempo viaggiante tassellato da un importante giro di basso che dà spessore al suono, decisamente orecchiabile, del pezzo più radio friendly di un disco comunque scevro di filler.

Le sonorità tese di “Itch”, tra i pezzi più puramente rock dell’album, in cui Mason e soci si concedono di indugiare ancora per un po’ attorno alla galassia Buckley, anticipano la parentesi morbida rappresentata dalla ballata “If I Get High”. Tra echi che vanno dai momenti più mielosi dei Radiohead a qualche reminiscenza dei Keane, il brano prepara il terreno per il cambio di tono dell’album, che con “Graveyard Whistling” prenderà una gradevolissima piega elettronica, caratterizzata da atmosfere raffinate tra i London Grammar, James Blake e Fyfe, spinte verso territori più sperimentali in “Hostage”, un tentativo riuscitissimo, che dà la misura delle potenzialità del quintetto dell’Essex. Sotto “Trip Switch” macerano addirittura le suggestioni rap di Drake e Kendrik Lamar; ne esce uno dei pezzi più trascinanti del disco, dove riemerge l’identità alt rock dei Nothing But Thieves e che, facendo perno sull’incantevole ballata “Lover, Please Stay”, dove si sente ancora prepotente l’influenza di Muse e Jeff Buckley, riporta il disco alle sonorità organiche dell’inizio. Le atmosfere garage rock di “Drawing Pins” e quelle punk di “Painkiller” conducono l’ascoltatore verso la chiusura, con la vertigine elettronica di “Tempt You (Evocatio)”, degno epilogo di un album che ha tutta l’aria di essere il primo atto di una lunga e prosperosa carriera.

La versione deluxe del disco contiene altre quattro tracce che, dall’elettronica di “Honey Whiskey” al rock di “Hanging”, fino all’energico crescendo di “Neon Brother” e all’eterea ballata “Six Billion”, altro non fanno che ribadire il talento di Conor Mason (voce), Joe Langridge-Brown (chitarra), Dominic Craik (chitarra), Philip Blake (basso) e James Price (batteria), cinque nomi di cui sentiremo parlare a lungo.

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