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The Heavy Countdown #86: Numenorean, PhaseOne, Tripsitter, Latitudes, After The Burial

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Numenorean – Adore
Se vi piacciono in egual misura Behemoth, Cure e Alcest li troverete tutti in “Adore” dei Numenorean, un’opera che presenta inoltre un amore del tutto inedito per il metalcore più melodico (come dimostra per esempio “Portrait Of Pieces”), almeno per quel che riguarda il blackgaze (o post-black), se proprio dobbiamo appiccicarci un’etichetta a tutti i costi. “Adore” non è esattamente un disco per tutti, ma se lo ascoltate a mente aperta, vi garantirà un bel po’ di soddisfazioni.

PhaseOne – Transcendency
Voglio iniziare questa pillola con una provocazione bella e buona: alla fine un drop non è così diverso da un breakdown. Perché? Ascoltate il debutto del DJ/producer PhaseOne per farvene un’idea. In effetti, il titolo del full-length suggerisce l’intero contenuto del lavoro, ovvero qualcosa che trascenda un genere specifico, che sia dubstep, rap, metalcore, progcore o deathcore (e infatti, beccatevi i featuring con Northlane, Periphery e Thy Art Is Murder). L’effetto minestrone è dietro l’angolo, ma per ora accontentiamoci di un passo coraggioso provato da pochi altri.

Tripsitter – The Other Side Of Sadness
Disturbante, claustrofobico, oscuro e intenso, un disco difficile da ascrivere a un genere preciso (giusto per avere un’idea delle coordinate, potremmo piazzarlo a cavallo tra metalcore e melodic hardcore, e definire i Converge come numi tutelari). Il debutto dei Tripsitter si fa notare per la sua complessità e la sua cupezza in un mondo in cui è più la voglia di essere “pop” ad avere la meglio, ma i Nostri vincono tutto con pezzi ben costruiti e intricati tipo “Of Flowers”.

Latitudes – Part Island
Dagli esordi nel lontano 2007, i Latitudes continuano a sfornare piccole grandi gemme come questo recente “Part Island”. Definibile in maniera molto riduttiva ambient metal, l’ultimo lavoro degli inglesi presenta un maggiore utilizzo dei vocals rispetto un tempo, senza però dimenticare le consuete dissonanze, l’eleganza post-rock e le aggressioni black metal. “Part Island” è un puzzle di atmosfere cinematiche che dipingono la violenza di un oceano in tempesta, e della relativa quiete antecedente e successiva (prendete “Moorland Is the Sea” e “Dovestone” per farvi un’idea).

After The Burial – Evergreen
Sarà pur vero che avremo ascoltato parecchi album simili a “Evergreen” degli After The Burial, ma nonostante tutto, i Nostri riescono a rimanere rilevanti nella nicchia del djent made in USA e a sopravvivere addirittura a tragedie che avrebbero segato le gambe a chiunque, vedi la morte del chitarrista e membro fondatore Justin Lowe. Il musicista non è stato rimpiazzato, ma il collega Trent Hafdahl si è fatto carico del peso della sua mancanza con ottimi risultati, come “Behold the Crown”, opener perfetta che setta il mood dell’intero disco con i suoi breakdown e le melodie super catchy.

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