The Heavy Countdown #55: Odd Palace, Svalbard, Bleeding Through, Jonathan Davis

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Odd Palace – Things To Place On The Moon
Pensavo che “Things To Place On The Moon” fosse un disco alternative metal come tanti, un po’ alla Nothing More per intenderci. Ma a parte la relativa somiglianza tra la voce del cantante degli Odd Palace e quella di Jonny Hawkins, il debutto della band di Copenhagen è molto più di una copia carbone. Anzi, è tutta un’altra cosa. Con la title track infatti, viene fuori il vero spirito degli OP, grazie a una traccia di progressive contemporaneo di rara bellezza ed eleganza (e non è la sola, prendete anche la successiva “Delirous”, per esempio). Un album prog accessibile (e a tratti veramente catchy) anche a chi questo genere è sempre risultato indigesto.

Svalbard – It’s Hard To Have Hope
Aborto, revenge porn, femminismo. Insomma temi tanto attuali quanto pesanti e pressanti. Gli Svalbard, nella loro fatica numero due in carriera, ne parlano senza peli sulla lingua. “It’s Hard To Have Hope” è un disco destinato a comparire tra i best of del 2018, e non solo per gli argomenti trattati. Il blackened hardcore proposto dai Nostri esprime al meglio il concetto insito nel titolo, ma riesce a stupire con linee melodiche che a tratti e a sorpresa sanno pure essere orecchiabili (“Iorek”) e che suggeriscono che forse, alla fine, la speranza non è del tutto morta.

Bleeding Through – Love Will Kill All
Nel 2014 sembrava che fosse tutto finito per i Bleeding Through. Ma per fortuna, è stato solo uno scioglimento momentaneo, e oggi, la formazione originaria di Orange County torna con il settimo full-length, “Love Will Kill All”. Nonostante lo iato, che seppur non lunghissimo, di iato pur sempre si è trattato, il tempo sembra essersi fermato per i BT. Quindi bentornato al loro particolare metalcore infarcito di elementi sinfonici, che in effetti, era qualcosa che mancava nella scena.

Graveyard – Peace
Un altro ritorno clamoroso quello dei Graveyard, che pur avendo perso lo storico batterista e membro fondatore Axel Sjöberg, danno alle stampe “Peace”, un altro disco che farà apprezzare l’hard rock anche a chi non ha mai detto nulla. L’approccio dei Nostri, come ovvio dato il genere, è molto vintage, ma senza essere forzato o peggio, come spesso succede, scontato. Anzi, al contrario, il nuovo sigillo nella carriera dei Graveyard è piuttosto fluido e pieno di groove. Provare per credere.

Jonathan Davis – Black Labyrinth
Momentaneamente libero da ogni vincolo e costrizione (leggi alla voce Korn), Jonathan Davis debutta da solista con “Black Labyrinth”. In questa prima prova in solitaria, il vocalist si lascia andare mettendo a nudo la parte più intima e oscura del suo Io. JD racconta senza filtri i suoi tormenti servendosi di un sostrato rock e metal, in cui fanno la tanto gradita quanto straniante apparizione contaminazioni orientaleggianti e goth. Seppur un pelo dispersivo nella sua lunghezza, è un disco che merita tutti i suoi ascolti.

Thy Catafalque – Geometria
“Tzigano metal” è una descrizione molto riduttiva per l’ultimo lavoro dei Thy Catafalque, progetto dietro il quale si nasconde il mastermind ungherese Tamas Katai. Forte di un’esperienza quasi ventennale, e arrivato all’ottavo full-length (seguito di “Meta” del 2015), Katai non si risparmia e dà voce alla sua straordinaria creatività chiamando in causa elettronica, avant-garde, sonorità black più estreme, violini, sassofoni e delicati vocals femminili. Un vero e proprio viaggio sonoro nella mente folle di un genio assoluto.

Lunatic Soul – Under the Fragmented Sky
Ogni tanto serve rallentare il passo e soffermarsi sui propri pensieri e sul ritmo del proprio respiro. Meglio ancora farlo ascoltando un disco come “Under the Fragmented Sky” dei Lunatic Soul. Nonostante in realtà siano “materiali di scarto” del precedente “Fractured”, all’interno della nuova opera di Mariusz Duda c’è davvero poco da buttare via. Qui si rasenta l’ambient, con synth, cori a cappella e arpeggi delicati, che insieme costruiscono stratificazioni complesse.

Hostile Array – Hostile Array
Il debutto degli Hostile Array è un ottimo esempio di hardcore metalizzato dei più anthemici, con ritornelli destinati a ficcarsi in testa per molto, molto tempo. Fin dall’inizio la giovane formazione mette subito le mani avanti con la opener “Herd Instinct”, che setterà il mood dell’intero album. L’unica pecora nera di “Hostile Array” è “Newspeak”, che ha il compito di rallentare il ritmo lasciando che sia la melodia a farla da padrone, ma immediatamente dopo, si ricomincia esattamente come prima. Ascolto piacevole, anche se nulla di nuovo.

Kataklysm – Meditations
Con i loro venticinque anni e più di esperienza, i Kataklysm sono tra i veterani più longevi e prolifici del death metal. Nel corso della loro carriera, i canadesi hanno evoluto il loro sound death tradizionale verso lidi più melodici, senza per questo perdere la pacca. Arrivati al sigillo numero tredici con “Meditations”, i Nostri sono ormai un ibrido bilanciato e collaudato tra entrambe le caratteristiche esposte sopra. Un disco che non sarà una sorpresa, ma che almeno è una garanzia. Cosa che di questi tempi è più che apprezzabile.

Atmospheres – Reach
Atmospheres è un nome più che azzeccato per una band, che a tutti gli effetti, basa la propria ragione di esistere sulle atmosfere appunto. Più che di djent o di progressive metal, in “Reach” si parla di elettronica e ambient. Il primo nome di riferimento che salta in mente ascoltando questo lavoro sono i Contortionist, soprattutto nelle eco distanti che caratterizzano i vocals, nell’utilizzo di piano e synth, e negli arpeggi. “Clairvoyant” ha fatto scuola, anche se “Reach” è decisamente meno cupo dell’ultima opera di Lessard e soci.

Modern Maps – Hope You’re Happy
Debutto sotto l’egida della Rise Records per i californiani Modern Maps, che settano (scusate il gioco di parole) le coordinate del loro sound, fresco e solare come un pomeriggio su una qualsiasi spiaggia del Golden State, con la malinconia a fare capolino dietro ogni onda. Emo-pop e post-hardcore dei più orecchiabili quindi (e i Modern Maps sono una formazione da tenere assolutamente nei radar, seppur derivativi), perfetto per le ferie estive alle porte. E poi non dite che non mi piace l’estate.

Convictions – Hope For The Broken
Già dal titolo, che inneggia alla speranza anche per chi, per un motivo o per l’altro, ha smesso di credere, si capisce subito di che pasta siano fatti i Convictions. La band dell’Ohio infatti appartiene al filone Christian metalcore (o anche post-hardcore se vogliamo), e facendosi aiutare da Chris Rotter dei Like Moths To Flames (“The Storm Will Pass”) e JT Woodruff degli Hawthorne Heights (“To Sleep Is To Feel”), riescono a convogliare in modo convincente il loro messaggio di (tutto sommato) positività in questo secondo disco.

Dream On Dreamer – It Comes and Goes
È difficilissimo reperire informazioni online sui Dream On Dreamer, ma che vi piaccia o no, sono fenomeni da milioni di visualizzazioni su YouTube. Giunti all’album numero quattro in carriera, gli australiani si sono tolti sicuramente qualche sassolino dalle scarpe, ma una cosa è evidente: il loro successo è più legato a un’immagine curatissima che alla musica, il cui approccio è molto, ma molto soft, tanto che di metalcore (o post-hardcore) spesso in “It Comes and Goes” c’è poco o nulla. E la conclusiva “Tell Me Why” potrebbe stare benissimo in un qualsiasi disco pop patinatino.

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