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The Heavy Countdown #25: Pallbearer, Without Waves, Dodecahedron

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Pallbearer – Heartless
Definire i Pallbearer una band doom sarebbe riduttivo. In primis per il cantato prog di Brett Campbell, e in secondo luogo per l’estrema varietà che “Heartless” ha da offrire. Nel suo essere contemporaneamente magniloquente e intima, la band dell’Arkansas riesce a toccare qualche corda nascosta chissà dove nel profondo. Approcciatevi al terzo album dei Pallbearer con timore reverenziale ma non lasciatevi intimidire. Vi scivoleranno fin nel midollo.

Without Waves – Lunar
Math e progcore con incursioni in territori più brutali e un’impronta alla Deftones (soprattutto nei vocals): sto delirando? No, sto solo cercando di descrivervi con parole mie il terzo full-length dei Without Waves, “Lunar”. Anche se in alcuni pezzi ammetto che sia difficile non perdersi dietro gli switch improvvisi di tempo e sonorità, “Lunar” non è un disco che esce tutti i giorni. Segnatevelo, perché da qui a fine anno ne sentirete ancora parlare.

Dodecahedron – Kwintessens
Ai blackster olandesi Dodecahedron evidentemente piacciono le figure geometriche. Ma anche spaventare a morte gli ascoltatori. Ovviamente non con trucchetti da film horror di serie Z, ma con una tecnica impressionante e decisamente all’avanguardia. Se avete le spalle ben robuste (ma soprattutto timpani allenati) fatevi spintonare dall’ansia malvagia di “Kwintessens”. In caso contrario, non guardate neanche la copertina.

Body Count – Bloodlust
Confermato tutto il buono (e ce ne era tantissimo) del precedente “Manslaughter”. Migliorata ancora la pacca. Non tutti i pezzi sono però indimenticabili. Certo, averne di roba come “Civil War” e “Black Hoodie” ai giorni nostri. E averne di gente come Ice-T ed Ernie C nel mondo di plastica contemporaneo. Tuttavia “Bloodlust” non è questo oro dipinto da molti là fuori. Bello ma non quel bombone che in molti si aspettavano (che è invece uscito, ribadisco, nel 2014). E la cover degli Slayer era onestamente meglio evitarla (j.c.).

Sentience – Oleka
Più che piacevole il debutto dei Sentience, “Oleka”. Il primo riferimento che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro sono i TesseracT, con i quali i Nostri non condividono solo il Paese di origine, ma anche un ottimo vocalist, una buona sezione ritmica, e coinvolgenti atmosfere progressive. “Oleka” è un disco letteralmente fatto in casa, ma non ha nulla da invidiare a molte mega produzioni in circolazione.

Fit For An Autopsy – The Great Collapse
Non ho niente da dire sull’ultima fatica dei Fit For An Autopsy, nel bene e nel male. Nel bene perché “The Great Collapse” è un disco solido e vi farà sentire ancora più depressi e incazzati nei confronti del mondo intero. Nel male perché più che portarsi a casa il solito compitino ben fatto, i Nostri non fanno altro. Se siete alla ricerca di emozioni più forti, il deathcore dei FFAA vi annoierà a morte. Se siete fan, sbroccherete dall’entusiasmo.

Cry Excess – Vision
Metalcore onesto ma molto, molto inquadrato e convenzionale per il quintetto torinese. Il rischio di non uscire dagli schemi del genere è sempre quello di annoiare alla lunga, e “Vision”, il nuovo disco dei Cry Excess, pur essendo un ascolto piacevole non ha nulla di nuovo da aggiungere a un panorama già ampiamento affollato, tra synth, melodie e breakdown, come da buona norma. Per lasciare il segno ci vogliono più idee.

The Bunny The Bear – The Way We Rust
Non potevo lasciarmi sfuggire un simile bocconcino. Ma il vero dramma è che fino all’altro giorno non avevo mai sentito parlare dei The Bunny The Bear, anche se oggi sono arrivati al settimo (!!!) disco. Ora, non so quante copie i suddetti signori abbiano venduto dal 2011 in poi, ma i loro video trash hanno totalizzato milioni di visualizzazioni su YouTube. Ah, fanno electronicore e sono un duo: il coniglietto canta in growl, e l’orso canta clean. Imperdibili se volete rotolarvi dal ridere per una buona mezzoretta. Ma la qualità è ben altra cosa.

Davey Suicide – Made from Fire
Se Davey Suicide fosse figlio di Rob Zombie capirei il senso della sua musica. Ma siccome a quanto mi risulta non lo è, “Made from Fire” si presenta ai miei occhi (pardon, alle mie orecchie) come un grande punto interrogativo. Party rock, industrial, rap a sprazzi, freak show e amenità varie: ce n’era davvero bisogno oggi, nel 2017? E pensare che questo è il terzo disco per Davey Suicide…

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