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Parkway Drive – Reverence

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Sono passati quasi tre anni da “Ire”, disco che ha contribuito a catapultare i Parkway Drive nell’olimpo del metalcore, possiamo dire senza troppi giri di parole, da arena. Ma facciamo un piccolo passo indietro. La band capitanata da Winston McCall, grazie alle produzioni ancora precedenti, ha settato gli standard di quel particolare sound australiano, che darà vita a una miriade di cloni negli anni successivi.

Però, come spesso succede, e come dichiarato dalla medesima formazione originaria di Byron Bay, a volte ci si stanca della stessa ricetta, seppur vincente. Mettiamoci anche un paio di gravissimi lutti che hanno colpito alcuni membri dei PD, la voglia di strapparsi di forza l’etichetta metalcore a tutti i costi, e otterrete un quadro sintetico ma a fuoco di “Reverence”.

Il sesto album dei Nostri, è sicuramente il più cupo della loro intera carriera. Già solo le prime note di “Wishing Wells”, singolo di lancio dei “nuovi” Parkway Drive, aveva lasciato intuire il mood oscuro dell’opera, la disperazione e la rabbia, e soprattutto la nuova tendenza verso lo spoken word di McCall. Che alla fine è il più grande punto di forza ma anche la maggiore debolezza di “Reverence”. La propensione a “narrare” più che a cantare quindi può essere utile e consona per dipingere di tinte fosche il lavoro (il pezzo più efficace in questo senso è “Shadow Boxing”), ma spesso e volentieri, vedi, per esempio, “Cemetery Bloom”, la nuova veste da crooner del frontman più che convincere, spiazza.

Ma non temete: il vocalist non ha di certo perso il suo smalto e i corettoni catchy in pieno stile “Ire” ci sono eccome (“Prey” e “The Void”), e a volte, quando la melodia arriva prepotente e insistente (“I Hope You Rot”) sembra di essere più in Svezia a casa degli In Flames piuttosto che a cavalcare le onde in Australia.

A prescindere da tutto ciò, è il volersi scucire di dosso a tutti costi il proprio trademark a far tremare le fondamenta di “Reverence”, che risulta meno credibile e diretto del disco precedente. Un piccolo passo falso (si spera) in una carriera solida e più che onorata.

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