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Paul Weller – Saturns Pattern

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«Invecchiare ha i suoi lati positivi, uno di questi sta sicuramente nel fatto che te ne frega molto meno di quello che la gente pensa di te», ha affermato Paul Weller durante la conferenza stampa di presentazione del suo ultimo album, “Saturns Pattern”. E in effetti questo dodicesimo capitolo della sua avventura da solista, il primo sotto l’etichetta Parlophone, colpisce innanzitutto per la libertà e l’onestà con cui The Changingman propone una materia tanto varia, quanto lontana dagli sperimentalismi del precedente “Sonik Kicks”.

L’album – il cui titolo, benché scelto più per ragioni sonore che semantiche, fa riferimento anche nella grafica della copertina all’Esagono di Saturno, formazione nuvolosa persistente sul polo nord del pianeta – è stato scritto e registrato come di consueto ai Black Barn Studios, nel Surrey, e prodotto da Paul Weller assieme al fidato Jan “Stan” Kybert. Realizzate con l’ausilio di collaboratori di vecchia data, come i turnisti Steve Cradock (chitarra), Andy Crofts (chitarra), Ben Gordelier (batteria), Steve Pilgrim (batteria) e lo storico chitarrista della line-up originale dei The Jam, Steve Brookes, nonché di alcuni membri dei Syd Arthur e di Josh McClorey, fenomenale chitarrista dei The Strypes, le nove tracce di “Saturns Pattern”, stupiscono per l’eterogenea natura musicale che le caratterizza, unificata però sotto l’egida di un’irresistibile pulsione ritmica, una fisicità e una gioiosità di fondo, che scorre lungo tutto l’album.

Dal blues roboante del primo singolo “White Sky”, pezzo tratto dagli otto realizzati con gli Amorphous Androgynous, ai toni alla Peter Gabriel della title track, alla ballad “Going My Way”, tutta giocata sulla riuscitissima alternanza del morbido fraseggio piano e voce della strofa, cui si contrappone un chorus marcatamente ritmato, tra echi beatlesiani e allusioni ai Traffic di Steve Winwood, fino alle chitarre brade di una “Long Way” che ricorda da vicino Iggy and The Stooges e i Velvet Underground, si ha la sensazione di trovarsi davanti ad una caleidoscopica summa delle innumerevoli possibilità espressive, che formano il vocabolario di un musicista dalla carriera ormai quarantennale.

Una sensazione che trova conferma proseguendo nell’ascolto dell’album, nel soul-funk di “Pick It Up”, nell’elegante psichedelia dei quasi sei minuti di “Phoenix”, tra deep house, funk e disco, nell’altro bluesettone, “In The Car…”, impreziosito dal contrasto tra la dissonanza cristallina del piano e il suono distorto della voce e della slide guitar suonata da Steve Brookes. O nel raffinato, malinconico, psichedelico smokey jazz di “These City Streets”, una lettera d’amore alla città di Londra, che mantiene il sapore live della jam da cui è nata, degno finale di un disco il cui brano più rappresentativo rimane sicuramente “I’m Where I Should Be”, suonato da un Weller one man band e non poteva essere diversamente, perché: «qui sono io che dico che sono contento del mio posto nel mondo e in senso più ampio nell’universo. Mi ci sono voluti 55 anni per arrivarci, non mi importa molto di più».

Insomma, “Saturns Pattern” è il prodotto di una personalità artistica complessa, ma finalmente in pace con se stessa e col mondo, un ricco e nutriente frullatone offerto da Paul Weller con un’urgenza e una naturalezza sorprendenti per un artista che all’anagrafe conta ben 57 soli.

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