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Beneath the Eyrie, l’ottimo ritorno dei Pixies

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Prendete l’operato dei Pixies da “Surfer Rosa” a “Trompe le Monde”. Immergetelo in un calderone pieno di dark wave, voodoo rock, american folk e aggiungete un pizzico di horror punk. Condite il tutto con un po’ di alternative rock moderno e otterrete “Beneath the Eyrie“, il terzo album dei Pixies dalla loro reunion del 2013. Un disco pieno di influenze senza che nessuna di queste snaturi il classico mood della band statunitense, che riesce finalmente a colpire gli ascoltatori dopo “Indie Cindy” e “Head Carrier”. Forse è proprio il caso di dirlo: “la terza volta è quella buona”.

Gli artisti mettono in chiaro le proprie intenzioni fin dalla prima traccia del disco: gli echi spettrali di “In the Arms of Mrs. Mark of Cain” calano l’intero disco in un’atmosfera marcatamente goth. Sulle note di questa traccia come su quelle di “Ready for Love” spicca la deformazione dark wave che rende immediato il riferimento ai Bauhaus e al loro carattere oscuro e malinconico. Segue un’altra corrente il singolo “On Graveyard Hill”, riuscitissimo tributo ai b-movies horror degli anni ’70 che richiama molto gli stilemi dei Misfits e della loro era horror punk sotto l’egida di Glenn Danzig.

Le folkloristiche “Birds of Prey” e “Silver Bullet” evocano subito l’immagine lugubre del classico teschio bovino nel deserto e dei condor che volano in cerchio, richiamando il blues rock disilluso e incattivito di Tom Waits; “Los Surfers Muertos” e “This is My Fate” sono due tracce più vicine ad un inusuale voodoo blues, la prima in particolare ispirata dal costume messicano e dai suoi pittoreschi calaveras.

Oltre alle due stupende ballad dal tono più indie in chiusura (“Daniel Boone”e “Death Horizon”), la band capitanata da Black Francis porta ancora tre chicche per i più nostalgici: la violenta “St. Nazaire”, uscita come terzo singolo; “Long Rider”, garage rock ruffiano che riporta alla mente i primi lavori del gruppo a cavallo tra ’80 e ’90; ed infine la sognante “Catfish Kate”, concettualmente vicina alla mitica “Monkey Gone to Heaven (Doolittle)”, ossia una ballata che narra una storia onirica in un mondo surreale. Anche queste tre tracce però, per quanto nostalgiche, sono deviate da toni dark e malinconici.

In conclusione, “Beneath the Eyrie” è un’opera matura che “corregge” gli errori commessi in precedenza dal gruppo e pone fine alla polemica puerile circa la questione Kim Deal (secondo la quale i Pixies non sarebbero tali senza la loro storica bassista) valorizzando appieno le grandi abilità della sua sostituta Paz Lenchantin. Un’ottima occasione per permettere non solo al pubblico, ma anche ai Pixies, di andare finalmente oltre la gloria dei vecchi lavori ricreandosi la loro fama dopo gli anonimi “Indie Cindy” e “Head Carrier”.

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