Music Attitude

The Heavy Countdown #59: Plini, Halestorm, Daron Malakian and Scars On Broadway

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Distorted Harmony – A Way Out
“A Way Out” è un ottimo compendio dello stato attuale del prog (metal) contemporaneo, senza dimenticare da dove è nato tutto (tanto che anche all’interno dello stesso pezzo, tipo “Room 11”, si passa con disinvoltura dai Meshuggah ai Tesseract). Il viaggio attraverso il quale i Distorted Harmony ci accompagnano tocca indistintamente passato e presente (divertitevi a cercare tutte le influenze in questo disco, che siano i Periphery o i Porcupine Tree), accontentando senza distinzioni e con un lavoro tutt’altro che dispersivo i fan delle sonorità delle origini così come coloro che si sono avvicinati al progressive passando per il djent.

Plini – Sunhead
Plini ormai è un’istituzione all’interno della scena progcore contemporanea. Il nuovo EP del chitarrista australiano è un’ulteriore dimostrazione del talento del musicista, ma non solo. Infatti “Sunhead” integra ai consueti elementi tipici della produzione di Plini (tecnica, coesione e gusto per la melodia), anche qualche importante novità, come l’apertura decisamente heavy e trascinante della opener “Kind” e le influenze jazz sondate in profondità in “Flâneur”. Uno di quei lavori che vorresti non finissero mai, e che fanno venire voglia di ascoltare di più. Fortuna che il nostro Plini è estremamente prolifico.

Death And The Penguin – Anomie
Post-hardcore, math rock, indie: nel debutto dei Death And The Penguin, chi più ne ha più ne metta. “Anomie”, date le premesse, è un lavoro multisfaccettato e imprevedibile, con improvvisi cambi di direzione e di stile. Le influenze maggiori provengono da Animals as Leaders, Nova Collective, TesseracT e Minus the Bear, ma quando il ritmo la fa da padrone, si vanno a scomodare pure i Faith No More (“Abyssinia”), anche se i momenti migliori sono quelli più pacati e sognanti (“Hospital Song”). Ne hanno di personalità i ragazzi, per non parlare della tecnica. Due qualità fondamentali per sfornare un disco del genere.

Statiqbloom – Infinite Spectre
“Infinite Spectre” è un EP industrial/dark electro partorito dalla mente malata degli Statiqbloom. Molti di voi si chiederanno allora perché ne parliamo nella Heavy Countdown e perché fanno altrettanto molti colleghi internazionali, ma la risposta è semplice. Il mood della nuova opera del duo di Brooklyn è più heavy di molti dischi metal in circolazione. Plumbeo e soffocante come il cielo di una giornata afosa, con in più qualche elemento horror alla Gost (quelli senza “h” in mezzo), “Infinite Spectre” è un ascolto decisamente ostico e poco indicato alle vacanze. O caldamente consigliato, dipende da che prospettiva lo si prende.

Halestorm – Vicious
Agli Halestorm piace vincere facile. “Vicious” è l’ennesimo lavoro del quartetto originario della Pennsylvania che troverà il suo compimento naturale in sede live, complici una serie di ritornelli e ganci infallibili, oltre all’energia e alla grinta dei fratelli Hale e compagni. Che gli Halestorm non abbiano perso la voglia di deliziarci con sane dosi di buon hard rock si nota subito con la opener “Black Vultures”, che dà il la a una sfilza di pezzi decisamente convincenti (eccezion fatta per un paio di evitabilissime ballad e qualche filler, come la title track), anche se, inutile dirlo, molto simili al passato.

Daron Malakian and Scars On Broadway – Dictator
Siccome è molto difficile che un nuovo album dei System Of a Down veda la luce (se non altro a breve), per il momento dobbiamo “accontentarci” degli Scars On Broadway di Malakian. Tentare di scindere il chitarrista dalla sua band madre è pressoché impossibile, ed è quindi chiaro che come nel precedente disco solista, molte idee e ispirazioni derivino proprio dai SOAD (si dice che alcuni pezzi di “Dictator” siano stati “riciclati” non appena chiaro che con Tankian e soci non si sarebbe concluso nulla). Quindi testi nonsense (soprattutto “Angry Guru”), hook e melodie tanto catchy quanto sbilenchi e slogan politici, tenuti insieme dalla personalità strabordante di Malakian.

Trash Boat – Crown Shyness
Pop punk (con l’accento maggiormente sul punk piuttosto che il pop, quel che basta per giustificare la presenza di “Crown Shyness” nella rubrica heavy di Music Attitude), ma anche post-hardcore e qualche ballad strappalacrime (non troppe per fortuna). Il nuovo disco dei britannici Trash Boat è tutt’altro che da buttar via. Ovvio, la mano del produttore Andrew Wade (Neck Deep, A Day To Remember, The Ghost Inside) si sente pesantemente, ma la personalità dei Nostri, nonostante tutto e gli stilemi di un genere fermo da anni, riesce ad emergere a sufficienza.

Skeletonwitch – Devouring Radiant Light
Ho letto pareri molto discordanti sul nuovo lavoro degli Skeletonwitch. Ma come sempre, a mio avviso la verità sta nel mezzo. In effetti, “Devouring Radiant Light” è tra gli album più ambiziosi della formazione: macchinoso, lungo, intricato, che flirta molto più con il black metal che con il prog, ma che non dimentica il thrash e le vibrazioni hard ‘n’ roll (vedi “When Paradise Fades” e “The Luminous Sky”). Ci sta che quindi da una parte non “arrivi” subito, e dall’altra faccia gridare al capolavoro. Detto questo, “Devouring Radiant Light” ha decisamente l’aspetto di un’opera di transizione. Vedremo in futuro che succederà al percorso degli Skeletonwitch.

Otep – Kult 45
Nel filone apparentemente inesauribile di denuncia socio-politica si inserisce l’ultimo disco degli Opet, un lavoro, guarda caso, apertamente anti-Trump. Arrivati all’ottavo full-length, Otep Shamaya e soci non sono solo mossi dalla rabbia nei confronti del potere, ma anche dal desiderio di ritornare alle proprie radici musicali (“Kult 45” è stato infatti realizzato nello stesso studio e in pratica utilizzando gli stessi strumenti dell’esordio “Sevas Tra”). L’effetto nostalgia, tra rap-rock e nu metal contaminatissimo di hip hop, si sente eccome, ma la vera forza di questo album sono i testi.

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