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Progressive, djent, mathcore ed estremismi: alcuni dischi del 2015 che non conoscete e che dovete ascoltare

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Se pensate che parlare di progressive oggigiorno non abbia senso, vi sbagliate di grosso. L’abbondanza di virtuosi dello strumento e band djent, metalcore o mathcore che oggi popolano il panorama rock e metal, hanno in questo genere la propria base di partenza. L’arrivo può essere funk o death, ma la sostanza è che la musica buona spesso parte da musica che era buonissima e che trascende i decenni.

Detto questo, qui sotto avete la possibilità di ascoltare pezzi e scoprire gruppi di cui magari tra qualche anno si parlerà come grossa scoperta o nuova rivelazione. Dal nuovo anno, Outune vuole provare a tornare all’antico, ovvero quando anni fa vi raccontava le meraviglie di Alter Bridge ed Airbourne (due esempi a caso) quando ancora non li conosceva nessuno. Non ringraziateci, godetevi e supportate sempre e comunque la musica che merita!

(Testi a cura di Jacopo Casati, Paolo Sisa e Chiara Borloni) 

EASY

(prog rock, strumentali e roba relativamente lineare)

Vola – Inmazes
Complicato raccontarvi come suonano i Vola senza dirvi di premere play subito. Immaginatevi un ibrido malato di Depeche e Djent. Non fa così schifo come potete immaginare. Sentitevi il ritornello di Stray The Skies per capire che i ragazzi di Copenhagen hanno le idee molto chiare su come farsi notare all’interno di una scena affollatissima come quella prog/djent dei giorni nostri. In molti, al di là dell’Atlantico, hanno davvero apprezzato Inmazes. Dategli una chance.

Plini – The End Of Everything EP
Un EP che può aiutarvi a conoscere meglio uno dei chitarristi maggiormente quotati nell’underground contemporaneo. Il 23enne di Sydney è riuscito a farsi conoscere e apprezzare come session-man e solo grazie a una sensibilità e (ovviamente) a una perizia esecutiva eccezionale. Il consiglio di ascoltare le sue opere, vale non solo per gli appassionati di progressive o fusion rock, ma soprattutto per gli amanti della buona musica. In questo breve, ma esplicativo, lavoro troviamo anche Marco Minnemann alla batteria, Simon Grove al basso e Luke Martin al piano.

Lespecial – Omnisquid
Il trio composto da Rory Dolan (batteria), Jonathan Grusauskas (chitarre, voci e synths e Luke Bemand (basso e voce) riesce a pubblicare un lavoro funk totalmente imprevedibile. Le influenze di Primus e King Crimson incontrano talvolta accordature moderne che tuttavia non risultano mai fuori luogo. Per nulla facile, ma davvero coinvolgente. Da provare senza dubbi.

Leprous – The Congregation
Molti lo hanno citato come prog record dell’anno. Dargli torto non è facile, nel senso che la qualità è molto alta ma la proposta è settorialissima con un sound non esattamente moderni. Non che sia un problema, certo, ma è fondamentale saperlo prima di rimanerci male. Parere personalissimo: con una produzione migliore avrebbe fatto molti più sfracelli.

Lithium Dawn – Tearing Back The Veil
Come suona un disco classicamente progressive con l’accordatura djent? Credibile se si tratta dell’esordio di questi ragazzotti americani. L’album cresce alla distanza e nella seconda metà diventa davvero coinvolgente. La base su cui lavorare è ottima, attendiamoli con fiducia al secondo lavoro…

 

MEDIUM

(post-hardcore, mathrock a tratti ma ancora orecchiabile)

Good Tiger – A Head Full of Moonlight
Immaginate una session in cui Mars Volta e Fall Out Boy si incontrano in chiave prog metal: difficile inscatolare i Good Tiger, supergruppo composto da ex TesseracT, The Safety Fire e The Faceless. La tigre buona graffia sia quando preme l’acceleratore (“All Her Own Teeth”) sia quando lascia trasparire emozione allo stato puro (cosa sono i cori di “Understanding Silence”?). L’unico rischio è di risultare ripetitivi, ma (per fortuna) i trentaquattro minuti di durata del disco non sono abbastanza per scadere troppo nel già sentito.

Dance Gavin Dance – Instant Gratification
Dieci anni di storia e ben sei dischi già in archivio per la band californiana, capace di fondere math-rock e post-hardcore in una miscela orecchiabilissima, ricca di stratificazioni e partiture di spessore. Per quanto potrebbero essere sbrigativamente (ed erroneamente) catalogati come un gruppo emo, i Nostri sono dall’altra parte dell’Oceano tra i pesi massimi di una scena capace di arrivare anche ai giovanissimi.

The Ongoing Concept – Handmade
Da bravi boscaioli e carpentieri, nonché giovanissimi paladini del DIY, gli Ongoing Concept hanno costruito con le loro mani gli strumenti utilizzati per registrare il loro secondo album, “Handmade”. Nonostante affondino le loro radici nel post-hardcore, i quattro dell’Idaho hanno una voglia matta di sperimentare e giocare con i generi più diversi, dal country di “Melody” al southern rock di “Soul”. Da tenere d’occhio.

 

MEDIUM +

(djent e progressive metalcore a bomba, strutture intricate e abbastanza fighe da ascoltare)

Animus Complex – Immersion
Dopo un debutto interessante ma prodotto maluccio, i ragazzi dell’Arizona si ripresentano con un lavoro davvero pregio. Siamo sempre in territori progressive/djent, ma questa volta è l’impianto del disco a convincere. Vario e suonato (ovviamente) alla grande, permette di apprezzare le doti di Jeremy Davis, Matt Turkington, Stephen Poff e Michael Ohlson (sentiteli su Horizon e Calypso, veri showstealer del platter) sia nei momenti più furibondi (strutturalmente, perchè il growl tutto sommato è assai minore del cantato pulito), sia in quelli più classici. Manca ancora il gancio giusto, il singolo che fa breccia nell’underground. La base su cui lavorare è comunque ottima.

Chaosbay – Vasilisa
Sono tedeschi e ambiziosi. Il lavoro incorpora influenze metalcore, djent e progressive. Capirai che novità direte voi. Vero, ma è una storia strutturata, che richiama spesso riffs e vocals e che si avvale di una circolarità che sorprende. Per il momento nulla per gridare al miracolo, ma il disco scorre che è un piacere e merita sicuramente un ascolto se siete fan dei Tesseract tanto quanto di Steven Wilson.

The Afterimage – Lumiere
Inizio molto post hardcore, ma di lì a poco le clean vocals e le strutture progressive metalcore diventano dominanti. E’ un ep di 27 minuti ma promette bene, a patto di produrre meglio la batteria e le voci aggiuntive. Sentire Follow e Unseen per farsi un’idea concreta.

SikTh – Opacities EP
Se esiste il progressive metalcore e se il djent non ha solo tratto ispirazione dal chugga dei Meshuggah, è merito dei SikTh. Il combo guidato dal geniale e schizzato Mikee Goodman costituisce una delle influenze principali per il sound di band come Protest The Hero e Destrage, ora dopo qualche anno di inattività, torna in corsa con un Ep che auguriamoci sia il miglior viatico a un nuovo album. Ascoltare per credere, i Nostri hanno ancora parecchie cose da dire…

 

HARD

(la viulenza vera, post-hardcore, djent o death e industrial a cannone)

SeeS – Three Winters
Li avevamo già addocchiati anni fa, quando pubblicarono un esordio devastante. Il secondo disco conferma le buone impressioni: siamo ancora di fronte a una fucilata Meshugghiana con clean vocals come novità. Ritmi e atmosfere pesissime, ottimi anche per Fear Factory-iani in cerca di rivincita. Tuttavia servirà canonizzare la proposta in modo maggiormente personale per il futuro, nel tentativo di uscire sempre di più allo scoperto. In ogni caso questi son delle iene. Consigliatissimi.

Rolo Tomassi – Grievances
Arrivano al pieno della loro parabola delirante i Rolo. Eva Spence sussurra in growl e le ritmiche diventano sempre più contorte e nevrotiche. Il mathcore ogni tanto si sbilancia in passaggi clean ma è solo un’illusione, per lo meno fino a Prelude III (Phantoms)/Opalescent. In seguito la normalità bisbiglia qui e là su Stage Knives e Crystal Cascades, per poi deflagrare di tutto nella supersonica Chandelier Shiver. Disco annichilente e consigliato senza mezze misure. Chissà per quale motivo qui non se li stia filando quasi più nessuno.

The Ritual Aura – Laniakea
Gli australiani debuttano con un lavoro spettacolare, manna dal cielo per appassionati di death metal ultratecnico con afflato progressive. Riduttivo spiegare quanto il quartetto composto da Jamie Kay (voce), Levi Dale (chitarre), Darren Joy (basso) e Adam Giangiordano (batteria) sia mostruosamente preparato e spietato esecutore di partiture intricate. Venticinque minuti di libidine, che lasciano sperare in un futuro roseo. Segnatevi questo nome.

Rivers Of Nihil – Monarchy
Fanno male i Fiumi, band che lascia poco al caso e propone un death metal brutale e ipertecnico (non fatevi ingannare, c’è del deathcore ma in modo mooolto marginale), pesantemente influenzato dai Fallujah. La loro identità ancora non è pienamente sviluppata, ma c’è sicuramente tempo per crescere benone. Consigliatissimi.

Tyrant Of Death – Ion Legacy
Alex Rise non dev’essere un tipo tranquillo. La proposta dei Tyrant Of Death contenuta in Ion Legacy invece è qualcosa di tranquillamente consigliabile ai fan di Fear Factory e Godflesh. A dire il vero il disco dovreste ascoltarlo tutti, perchè è una tale fucilata di cyber e industrial che nemmeno potete immaginarvi. Ho dovuto raccogliere il cervello dopo i primi dieci minuti. Qualcosa di estremamente peso e anche abbondantemente godurioso. Cliccare play tutta la vita.

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